Caro Vincenzo

… non mi meraviglia che il brano di Vangelo che ti è capitato veda Gesù chiamare “amici” i suoi discepoli e proferire queste parole: “A voi, che siete miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono fare più nulla.” (Luca 12,4). Non mi meraviglia perché amicizia è il sentimento che istintivamente ho sempre provato per te; all’inizio senza un vero motivo, poi, pian piano, l’ho sentita consolidarsi nella nostra sintonia su certi passaggi di consapevolezza che il gruppo ha attraversato. Evidentemente sei una persona che si è messa in ricerca da un pezzo e, finita l’illusione dei paradisi artificiali delle sostanze, ha cominciato la ricerca della verità: una verità personale che potesse dare una possibilità di benessere nella tua esistenza e una Verità più alta a cui far riferimento per pervenire alla pienezza della gioia. La tua presenza nel gruppo è stata sempre “riequilibrante”, hai collaborato a stemperare i nervosismi eccessivi, a mediare le insofferenze ostinate, a trarci dalla noiosa ripetitività di certi atteggiamenti stereotipati; non ti sei reso complice nemmeno di certe presunzioni di dominio che un po’ tutti, a turno, i componenti del gruppo hanno messo in atto. Ho imparato a fare tacito affidamento su di te e non mi hai mai dato motivo di ricredermi, per questo sento di doverti sinceramente ringraziare. Hai collaborato al meglio e hai contribuito alla buona riuscita del percorso di auto-aiuto. Ritengo che tu sia di fondo una persona aperta e sensibile, che ha ottime potenzialità per affrontare con maturità le evenienze che la vita ti porrà davanti; per questo ti rinnovo un senso di fiducia e di stima che meriti appieno.

Interpretare, attualizzare e personalizzare la frase di Gesù è invece un’altra faccenda. Il brano è ostico da digerire, non corrisponde al nostro senso comune, per certi versi  può suonare perfino inaccettabile… Per tutti noi la vita è tutto, come non temere chi ce la può togliere? Cosa avrà voluto dirti il Signore affrontando così di petto il tema del “togliere la vita”, della morte, per poi relativizzarla in questo modo quasi paradossale? Nel gruppo abbiamo riflettuto e convenuto che la vita è il bene supremo, tolta quella che altro ci rimane? Eppure Lui dice che non possono fare più nulla oltre quello, non possono togliere niente di più… viene da chiedersi cosa ci sia oltre la vita che non ci può essere tolto… Personalmente avrei pensato all’anima o alla vita eterna, e penso di non stare sbagliando, ma tu mi hai aiutato a stare coi piedi per terra, a vedere cioè cosa sopravvive delle persone una volta finita la loro vita terrena; mi hai aiutato a stare nelle relazioni umane di adesso a scoprire i valori che ne stanno alla base, ed è stato illuminante.

Se facciamo mente locale, tutti abbiamo un bagaglio di sentimenti che ci legano a persone che non ci sono più, ma ancora vivono nel nostro cuore. A volte sono sentimenti negativi, ma i più delle volte sono sentimenti positivi, forti, luminosi e gratificanti. Sentimenti che ci dicono il valore di quella persona che rimane anche dopo la sua morte. Probabilmente è a questo ci richiama Gesù, a quello che non muore con il corpo, a quello che è più forte della morte. Le persone che ci hanno fatto del bene, che ci hanno amato o che abbiamo amato, che ci hanno dato il senso della dignità, dell’onestà, della bontà, di tutto ciò che fa star bene una persona, non sono mai morte, sopravvivono in noi e danno ancora frutto. E’ un messaggio chiaro per te e per me, un invito a spendere la nostra vita per ciò per cui ne vale veramente la pena, per ciò che va oltre di noi e rimane nel tempo a fecondare ancora un’idea di Bene. Sei stato invitato all’eternità caro Vincenzo, devi cominciare a pensare all’essenziale, a ciò che non finisce al cimitero. Penso che tu abbia le potenzialità per farne un vero e proprio programma di vita. L’esperienza nelle comunità terapeutiche, nel carcere e, spero presto, l’esperienza di una ritrovata libertà, è una risorsa da utilizzare per stabilire la giusta rotta e mantenerla. Ti chiederei solo di non fare una navigazione solitaria; penso ti sia utile un equipaggio, degli amici, persone cioè con cui stare in relazione costruttiva, sapendo che nessuno è perfetto e che tanti proveranno a ostacolarti. Sono certo che non ti scoraggerai, piuttosto ti prenderai tempo, tutto il tempo che ti serve per capire cos’è essenziale (ciò che va oltre la morte) e da lì ripartirai rinfrancato, rassicurato e rigenerato.

Ti auguro tratti di vera gioia nella tua vita. Sei stato un ottimo compagno di viaggio in questo gruppo, un alleato e un vero amico.

Simone  

Il seme e il senso

Nei luoghi della sofferenza, quando l’amore feconda la speranza, spesso germina il seme della fede.

Trova un terreno fertile, rivoltato dal dolore, innaffiato dalle lacrime;

sboccia, in potenza, un anelito quasi forzato al cambiamento e alla conversione.

Quando questa accade è meraviglia:

vedi le menti accedere al senso ultimo delle cose e aprirsi a nuova vita.

Simone

2 Maggio

Racconto brevemente del mio viaggio a Napoli per un convegno e di come non sia riuscito a incontrare un detenuto, ora libero, che aveva partecipato a un precedente gruppo di auto-aiuto. Appena fuori dal carcere, in libertà, ero stato proprio io, per una coincidenza, a portarlo in macchina alla stazione per prendere il treno e in quell’occasione eravamo rimasti d’accordo che il giorno del convegno nella sua città mi avrebbe raggiunto per un saluto. Invece non si è fatto vivo. So benissimo che una volta fuori dal carcere si subisce una sorta di rimozione e ci si dimentica di tutto, non dev’essere facile peraltro affrontare i mille problemi che si incontrano reinserendosi nella vita quotidiana. Questo è il punto che sottopongo all’attenzione del gruppo oggi: una volta fuori ci si dimentica del carcere con tutti gli annessi e connessi… questo è un bene o un male per loro? Ci sono opinioni varie: la maggioranza propende per il male in quanto se si dimenticano i patimenti subiti ci si ricascherà facilmente… e a tanti è già accaduto. Malgrado questa sensazione generale c’è chi manifesta chiari propositi di cambiamento, almeno pare confidarci molto. Cerco di farli riflettere sul fatto che legare il cambiamento al timore di dover di nuovo soffrire in carcere è molto illusorio, perché, come abbiamo visto, le sofferenze sono le prime cose che si rimuovono quando si volta pagina e condizione di vita. Quindi è probabile ritrovarsi impreparati di fronte alle mille tentazioni che improvvisamente tornano fruibili e pressanti una volta nei loro contesti di vita. Sarebbe meglio che sul piano etico rafforzassero in sé stessi la motivazione a fare il bene e resistere al male, per avere un’arma migliore contro tali tentazioni.

Vincenzo a questo punto dice che in carcere gira una specie di assioma che contraddice proprio quello che io vado affermando, la traduzione dal dialetto suona così: “A far bene non fa bene, a far male non fa male” c’è un gioco di sottintesi che si perdono passando dal dialetto all’italiano, ma il senso è: “Fai il bene e aspettati il male, fai il male e aspettati il bene”. E’ la distorsione paradossale della sensazione che facendo il bene ci si debba aspettare sicuramente un ritorno di bene e viceversa per il male. Decido di indagare meglio questo paradosso. Vincenzo ce lo spiega per sommi capi e sottolinea però che lui il detto non lo condivide: pare che nell’ambiente malavitoso non convenga fare del bene (disinteressatamente, s’intende) perché la cosa non verrebbe “capita” e sarebbe molto facile venire ripagati da speculazioni, voltafaccia e perfino tradimenti, oltre a offrire il fianco ad approfittatori senza scrupoli (fare il bene non fa bene ai propri interessi e alla propria salute, appunto). Mentre facendo il male si incuterebbe timore e si otterrebbe il rispetto dagli altri, con il conseguente corollario di riverenze, favori, regali e vantaggi che male non fanno, anzi confermano un ruolo sociale e attestano un’immagine riconosciuta che facilita la vita. Debbo ammettere che dal loro punto di vista c’è una logica abbastanza stringente in tutto questo ed è la logica della strada, della lotta per la sopravvivenza, di un combattimento esistenziale che finisce necessariamente per essere senza scrupoli. La maggior parte del gruppo si esprime contro questa logica, ma non molto convintamene, un po’ perché non hanno argomenti per confutarla, un po’ perché sanno benissimo che le regole del gioco nei loro contesti sono proprio queste e ci si deve adeguare per amore o per forza.

Convengo che è un dato esperienziale di cui bisogna prendere atto, ma mi chiedo, come se stessi pensando ad alta voce: “Allora noi che veniamo qui a cercare di far un po’ di bene, dobbiamo aspettarci da voi del male?” Certamente “no” è la risposta corale, al ché chiedo ancora “Dove sta il valore allora?”, dopo una breve pausa Giovanni afferma profeticamente “Nella propria coscienza”. Faccio cenno di sì con la testa e poi lo ringrazio stringendogli la mano. Non occorre scandagliare oltre, le menti hanno recepito, i cuori stanno meditando.

Giovanni riprende facendoci vedere una sua lotta interiore in quanto lui vorrebbe dare un futuro diverso ai suoi figli, ma si trova in una rete familiare spaccata a metà, una metà prova a condurre una vita regolare e legale, l’altra metà delinque in vario modo. Lui sa benissimo di essere a rischio perché ha fatto parte della metà negativa e sa che non potrà uscirsene facilmente se non trasferendosi altrove con moglie e figli. Ancora una volta constato una volontà migratoria come unica possibilità di salvezza (mi vengono in mente i barconi della morte piene di migranti similmente in cerca di speranza). Per Giovanni sarebbe inutile perfino se gli dessero un lavoro e una sistemazione stabile nella sua città, perché i condizionamenti ambientali finirebbero per prevalere. Lui ne è convinto e tutti crediamo che sia così. A questo punto assecondo un moto di rabbia che mi sale da dentro e invito tutti a tirare fuori gli attributi dimostrando di essere uomini non tanto quando ci si pavoneggia con il proprio orgoglio sempre splendente e ostentato al mondo (per lo più a parole), ma quando si affronta l’impegno di preservare se stessi e i propri affetti dall’inevitabile sofferenza che li attende alla fine del vicolo cieco di una vita nell’illegalità. La mia esternazione li coglie un po’ di sorpresa, io stesso credo di aver ecceduto e chiedo loro scusa per lo sfogo. La mia sensazione è che tanti di loro in realtà sperimentano tanta frustrazione da impotenza; Antonio la manifesta apertamente ammettendo in maniera disarmante e anche commovente che lui preferisce stare in carcere, perché sa che fuori tornerebbe a delinquere, senza scampo e senza speranza. Colgo un senso di vuoto e di smarrimento profondo in Antonio e lo compatisco intimamente. E’ evidente il suo disagio e la sua frustrazione (certe improvvise “sparizioni” di persone che sembravano molto contente e motivate a partecipare al gruppo hanno questa matrice: vedono la possibilità di un cambiamento e allo stesso tempo si rendono conto che non hanno la forza di perseguirlo).

Adesso c’è una stasi nel gruppo, ne approfitta Vincenzo per porre un quesito e una richiesta: vorrebbe capire meglio la differenza che c’è tra le parole “essenziale” e “indispensabile” (lui è uno alla ricerca di senso, a suo modo uno “studioso”, frequenta le catechesi del cappellano, legge libri e accetta volentieri interlocutori che lo aiutino a riflettere e a capire meglio sia i fatti che le persone). Mi chiede di poter consultare il vocabolario che porto sempre con me, ma io non glielo concedo, preferendo avere prima uno scambio di opinioni con tutto il gruppo per cercare i nostri significati prima di vedere quelli del vocabolario. Iniziamo un giro sul significato delle due parole. Nell’uso comune le due parole sarebbero quasi dei sinonimi e per un po’ navighiamo in questa direzione, poi intuisco ed esprimo il concetto che la parola “essenziale” potrebbe attenere più alla persona (in quanto essere vivente con una dimensione morale e spirituale), mentre la parola indispensabile potrebbe riguardare di più le cose materiali (il cibo per esempio). Questa intuizione indirizza meglio il confronto e quasi tutti ci si ritrovano; leggiamo i significati riportati nel vocabolario, ma personalmente non ne ricavo un arricchimento, al che sottolineo come i significati specifici che ha trovato il gruppo abbiano in questo caso un valore più alto di quanto scritto asetticamente nel vocabolario, perché palpitanti della nostra personale ricerca e della nostra condivisione. Poi mi sovviene un quesito pertinente al tema di fondo del percorso di auto-mutuo-aiuto: “Capita la differenza tra le due parole, la libertà, per ciascuno di noi, è indispensabile o essenziale? Bella domanda! Riparte un altro giro di pareri (oggi il gruppo sta lavorando abbastanza bene). Vincenzo, forte di quanto abbiamo testè acquisito, dice che per lui la libertà è un bene essenziale perché “mi può far sentire libero anche dentro il carcere”; pur mancandogli una serie di necessità materiali gli consente di continuare a sentirsi una persona intera, che accetta le condizioni difficili della detenzione, ma resiste e mantiene viva la speranza proprio perché la libertà la custodisce dentro, la sente essenza di sé, cioè essenziale. Gli sarebbero necessarie tante cose per godere appieno della libertà, ma non le baratterebbe con i vantaggi di una libertà sentita e custodita come essenziale, perché è questo che lo può salvare dalla disperazione e dall’oblìo. Un ragionamento luminoso che irradia per se stesso benessere in tutti noi che lo stiamo ascoltando. Si percepisce dignità, forza, certezza. In analogia affermo che la libertà, come anche l’amore, appartiene a quei valori immateriali che sono essenziali per vivere, perché danno senso a tutto il resto, anche alle stesse cose indispensabili; senza di esse verremmo ridotti al livello animale, cioè a un livello di pura sussistenza. Giovanni afferma invece che per lui la libertà è prima di tutto indispensabile, perché lui fuori dal carcere deve provvedere ai bisogni della sua famiglia, cosa di capitale importanza per lui, che gli fa vivere un costante senso di impotenza (e anche di colpa). “Ho bisogno di essere fisicamente libero per soddisfare i bisogni primari della mia famiglia, quindi per me la libertà è necessaria”. Antonio, come accennato più sopra, è su un altro pianeta e afferma: “A me piace stare in carcere, se esco non ho altra scelta che tornare a commettere reati”, di fatto il tema della libertà non lo riguarda, lui è in un’altra prigione (probabilmente è prigioniero di un disagio psicologico strutturato). Lo guardo con molta empatia e gli comunico senza parole che lo comprendo e gli sono vicino, poi va via. Giuliano esprime il concetto che il carcere è un buon deterrente (per non tornarci) e che per lui la libertà è essenziale. Tocca a Berardo, il quale dice di essersi adattato alla convivenza in cella con Giovanni come si adatterebbe un po’ con chiunque, afferma che nessuno nella vita è veramente libero, ancorché ritenga la sua libertà essenziale o indispensabile. C’è una profonda verità in questa affermazione che io non manco di sottolineare. Sul finire si è unito al gruppo Alessandro che con il suo intervento mette la ciliegina sulla torta della proficua riflessione fin qui esperita: “Per me è essenziale essere libero per poter provvedere a tutto ciò che mi è indispensabile”. Frase lapidaria, vera fino in fondo, che riesce a dare un senso compiuto e definitivo all’incontro.

Simone

Caro Maurizio

nel gruppo tutti si rivolgono a te chiamandoti “zio”, è certo una forma di rispetto, ma io ci leggo un affetto sincero che la tua personalità suscita in tutti quelli che hanno modo di frequentarti. Anche tu qui sembri un po’ fuori luogo, hai un’aura di innocenza che fa a pugni con i reati che ti vengono imputati. Più volte hai accusato “il sistema” per essere stato troppo severo con te, ma la misericordia è una parola che non compare nei codici penali, devi accettare di pagare un prezzo per i tuoi errori e usare il tempo della pena per prepararti a voltare pagina nella tua vita.

All’inizio eri sbarazzino e scherzoso, poi, pian piano sei divenuto più pensieroso e forse perfino malinconico. Lo spazio di crescita nella consapevolezza che ci siamo ritagliati dentro queste grate, in te deve aver avuto un effetto di sincero ripensamento ed è come se tu avessi vagliato tutto il tuo vissuto con occhi nuovi, da una prospettiva più matura e responsabile.

Mi hai dato il privilegio di conoscere dei dettagli più intimi circa le tue relazioni familiari e io ho cercato di fornirti sempre un parere sincero e disinteressato oltre che competente, vista la mia professione. Ti confesso però che mi sarei aspettato un’espressione di gioia più intensa e visibile, per esempio, alla nascita della nipotina Maria, ma dev’essere una questione di carattere, riservato e forse un po’ introverso, a farti contenere le emozioni e a non farle vedere molto all’esterno. In ogni caso capisco gli stati d’animo che può vivere un padre avendo una figlia avversa e ostile che quasi vorrebbe escluderlo dalla propria vita privata. Dalle tempo, capirà. Ti ha tanto amato e ancora ti ama, ma non riesce a superare la sensazione amara di essere stata tradita dalle tue malefatte…, dalle tempo, vedrai che tornerà a riprendersi il padre che le manca.

Nel gruppo te ne sei stato tranquillo, sempre al tuo posto, e sei stato un attento osservatore di quello che accadeva; forse avresti voluto dire la tua più spesso e più a lungo, magari trovando l’approvazione mia o degli altri, magari vincendo quel velo di timidezza che scorgo in te. Quando non ci sei riuscito ti sei un po’ infastidito e quando poi in più occasioni ti ho incidentalmente interrotto mentre cercavi di esprimerti, ti sei giustamente arrabbiato, ma non sei andato via dal gruppo come hanno fatto altri, perché sei fondamentalmente una persona onesta e affettuosa, capace di creare legami veri, capace di dare il giusto valore al dono disinteressato che noi volontari veniamo a portarvi in carcere. In questa occasione voglio chiederti pubblicamente scusa perché l’attenzione dovuta alle persone non è mai abbastanza e io dovrei saperlo più di tutti.

Debbo dire che ormai la tua presenza è divenuta familiare nel gruppo e le tue opinioni sono state sempre tra le più equilibrate e sagge, evidentemente pensi prima di parlare e ciò non può che giovarti nella vita. A te è toccato il brano del Vangelo che dice: “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». (Luca 23,39). Questo brano in un primo momento mi ha alquanto spiazzato perché la prima impressione è stata che quel personaggio non c’entrava nulla con te per come ti conosco io; ma poi parlandone nel gruppo ho cominciato a capire che il Signore ha voluto far emergere il bene per contrasto col male. Tu non sei il ladrone che parla per pretendere e insultare, tu sei l’altro, quello che si pente, quello che percepisce il bene e lo coglie al volo ricevendone in premio il paradiso in quattro e quattr’otto. Sei una persona che messa di fronte a una scelta riesce a considerare qual è la parte migliore, cosa è bene per sé, perché è in contatto con la propria coscienza e non l’ha imbrattata a tal punto da non vederla più. Se il ladrone che insulta rappresenta la persona persa a se stessa e al mondo, quella per cui ci guardiamo in faccia e ci diciamo che non c’è nulla da fare se non commiserarla, tu rappresenti, per contrasto, il “ladrone” che riesce ad avere uno sguardo introspettivo e una sincera compassione di Gesù che patisce le pene da innocente. Forse anche tu in qualche misura e in qualche modo sei un innocente finito dentro una punizione eccessiva e quindi hai cuore per tutti gli innocenti che soffrono. Animo buono il tuo, Maurizio, sono certo che avrai un premio per questo…, vedi di non smarrire più la strada e se anche subisci delle ingiustizie resisti come sai fare, senza incattivirti nell’odio, cerca di capire prima di giudicare e di comprendere prima di condannare… e quand’anche devi punire chi ha sbagliato nei tuoi confronti o nei confronti dei tuoi cari, usa misericordia perché anche tu un giorno ne avrai bisogno.

Penso che tu sia riuscito a trarre degli insegnamenti dall’esperienza carceraria, penso anche che tu sia riuscito a dare valore alle cose veramente importanti, la famiglia innanzitutto. Abbine cura e custodiscila come il bene più prezioso; non permettere a te stesso di fare qualcosa che ne comprometta ancora l’armonia. Non ci sono soldi, non c’è potere che può darti quello che ti dà la tua famiglia… essa è la tua salvezza. Ciao.

Simone

In principio

… fu utile crederci,

divenne quindi opportuno incontrarsi,

doveroso rispettarsi,

irrinunciabile ascoltarsi,

imprescindibile capirsi.

 Ad un certo punto fu fondamentale accogliersi,

indispensabile donarsi,

essenziale amarsi.

Comprendemmo che era necessario crescere,

condividendo la fatica di elevarci…

Solo all’ultimo intuimmo all’unisono

che sarebbe stato inevitabile gioire.

Simone

7 Febbraio

Oggi iniziamo col definire meglio il ruolo di arbitro che ricopro all’interno del gruppo, inteso come ruolo di autorità riconosciutami da tutti (c’è da dire peraltro che è un ruolo che ho sempre reso disponibile a chiunque volesse ricoprirlo, senza trovare mai candidati), Antonio esprime il suo disagio qualora dovesse essere lui ad occupare questo ruolo perché a suo dire chi ha il potere si guasta inevitabilmente. Il suo assioma è: “Visto che non sono stato responsabile per me, non posso essere responsabile per gli altri”. Non si sente in grado di tenere tutto sotto controllo e facilmente verrebbe coinvolto in devianze controvoglia; sostiene che non si fida di se stesso, ma è disposto a fidarsi di un altro. Il gruppo lo contesta abbastanza vivacemente, ma Antonio si trova di fronte a una difficoltà che non riesce ad esplicare ulteriormente.

Sul tema che il potere corrompa chi lo eserciti, decido di andare un po’ più a fondo con una metafora. Si tratta del gioco “Noi siamo l’intera umanità”, gli unici 6 rimasti sulla terra, o i primi abitanti ad abitarla, e dobbiamo auto-gestirci. Tutti abbiamo una quota uguale di ricchezza e tutto sembra andar bene, ma un bel giorno a qualcuno viene a mancare la sua quota di ricchezza perché è stata rubata di nascosto. Siamo in pochi, non sarà difficile scoprire chi è stato, ma nessuno confessa per cui si deve trovare il modo di scoprire il colpevole. Questo l’incipit, quindi passo la palla a loro. Antonio si cimenta subito con un metodo rapido e violento, dare una passata di legnate a ciascuno fino a che il colpevole non confessi. Gli faccio notare che così facendo per scoprire un colpevole infligge una punizione a 5 innocenti. La cosa non pare funzionare. Ma Antonio non recede, per lui non ci sarebbero problemi, anzi rincara la dose: metterebbe in atto il gioco della roulette russa: una pistola alla tempia a turno per far confessare il colpevole. Obietto che nel mio caso, se minacciato di morte, per la paura, confesserei anche se non sono io il colpevole. Anche stavolta abbiamo punito un innocente e il colpevole l’ha fatta ancora franca. Mi sa che dobbiamo trovare un metodo meno violento, ma fatichiamo a metterci in quest’ottica perché vengono fuori con una certa naturalezza le consuetudini e i condizionamenti di un agire fondamentalmente violento e prevaricante in cui tanti del gruppo hanno vissuto. Giovanni dice che lui comincerebbe a fare indagini in segreto parlando con tutti gli abitanti, con discrezione e arguzia; alla fine è sicuro che raccoglierebbe elementi sufficienti per smascherare il ladro. Giuliano condivide questa ipotesi e racconta un episodio di un “cellante” (compagno di cella) che di notte gli rubava le sigarette: lo ha scoperto appostandosi e vegliando ripetutamente ogni notte fino a scoprirlo (però non va oltre nel raccontarci cosa è accaduto dopo). Domenico è più o meno sulla stessa linea. Diciamo che con questo metodo si potrebbe riuscire con un po’ di pazienza a smascherare il ladro, tanto se ha rubato una volta tornerà a farlo ancora. Mentre avviene la discussione mi rendo conto di come le persone in questo momento stiano tracciando i contorni di una serie di quadri che sanno molto di autoritratto comportamentale… ma non li distraggo con questa considerazione. Il metodo a cui siamo pervenuti pare essere accettabile, anche perché ha pochi effetti collaterali per gli innocenti (concetto quest’ultimo che ho dovuto forzare un po’ perché il gruppo faticava a coglierne l’importanza).

Diciamo che siamo riusciti ad individuare il ladro e lo abbiamo messo con le spalle al muro. A questo punto dobbiamo decidere cosa farne; io avanzo due direttrici d’azione: punire o perdonare? Iniziamo un giro di pareri. Ciro è per una punizione commisurata all’entità del reato; Maurizio invece mette l’accento sul perché costui abbia rubato e quindi si sposta sul movente del reato, cosa da tenere in considerazione per commisurare la pena. Corrado taglia corto, non importa il perché e il per come, il reato va punito in quanto tale, lui applicherebbe l’antica legge “occhio per occhio, dente per dente” (se hai rubato il cibo a qualcuno e lo hai costretto al digiuno, costringo te a digiunare). Questa idea ottiene un certo plauso, è la giustizia retributiva in cui ancora oggi sostanzialmente navighiamo. Giovanni è per la punizione in genere perché “così impara”. Giuliano è per una linea più morbida, lui ammonirebbe e poi perdonerebbe specie se si tratta della prima volta. Vincenzo fa parecchi discorsi un po’ fumosi, poi messo alle strette dice che lui punirebbe si, ma porrebbe attenzione anche a creare i presupposti affinché il reo non lo faccia più; che la punizione gli serva per capire l’errore. Domenico non darebbe nessuna punizione, perché crede nella clemenza e nel ravvedimento (se a lui avessero applicato questo criterio non sarebbe incappato nella recidiva). Anche Marisa e io ci esprimiamo, lei è un po’ d’accordo con Vincenzo e anch’io più o meno sono sulla stessa linea. Dico che io farei esattamente quello che sto facendo adesso con il gruppo a.m.a., metterei cioè in atto un’operazione rieducativa tesa a recuperare chi ha sbagliato e la punizione la considererei solo come ultima ratio. Questa mia posizione è pienamente condivisa da Domenico, che racconta appunto che se a lui fosse stata data allora questa possibilità, adesso non sarebbe in carcere. Da questo semplice giro di opinioni si è delineato un quadro di riferimento chiaro, inequivocabile e abbastanza completo in tema di giustizia e di convivenza civile. Stiamo ragionando come se stessimo scrivendo la prima Costituzione della storia e abbiamo tutti una coscienza attiva e “pensante”. In questo senso sta accadendo qualcosa di straordinario.

Finito questo giro, sottopongo al gruppo una specie di verifica per vedere di risolvere il problema: “Secondo voi qual è la soluzione più efficace (tra quelle individuate) per evitare che il reo continui nel suo atteggiamento dannoso per sé e per gli altri? Perché nessuno di noi si sentirà tranquillo fino a che non avremo la certezza che non ci saranno più furti che mettano a repentaglio i beni e la salute di ciascuno. Questo principio adesso appare lampante ed è universalmente condiviso (corollario implicito sarebbe il non delinquere più, ma preferisco non esplicitarlo verbalmente in quanto le coscienze in questo momento sono in un ascolto che non necessita di troppe parole). Ciro dice che la soluzione migliore sarebbe quella di una punizione che consista nel risarcimento del danno; Corrado punirebbe tout court e poi si vedrebbe (lui è il più duro di tutti… malgrado stia subendo, a suo dire, una pena ingiusta in quanto innocente). Giovanni è d’accordo col mio metodo; anche Giuliano si pronuncia per l’adozione di buone maniere verso il reo. Chiedo a Giovanni un esempio della sua vita in cui è stato trattato con le buone maniere, ma non ci riesce, forse non vuole o più probabilmente non può, perché non ci sono tanti esempi di questo tipo nei suoi archivi di vita. Lui va sempre un po’ in difficoltà rispetto alle mie proposizioni troppo dirette, non c’è abituato, non è abituato a riflettere. Questa sua difficoltà la esprime con un atteggiamento-maschera ironico, ridicolizzante e sfottente soprattutto nei confronti di Giuliano.

Sull’onda dell’ipotesi delle “buone maniere” lanciata da Giuliano, rilancio in negativo lo stesso concetto attraverso una domanda: “A quale prezzo ciascuno di noi sarebbe disposto a fare del male?” (nella fattispecie a farsi corrompere avendo un incarico pubblico per esempio). Ciro dice che lui non ha prezzo e non si farebbe corrompere (sembra però un proclama di facciata); Maurizio dice che anche lui non ha prezzo, ma dipende dalle proprie condizioni economiche, se avesse bisogno di soldi si farebbe corrompere, mentre se fosse già benestante sarebbe invece onesto (l’ipotesi è un po’ inverosimile, ma gliela facciamo passare). Corrado e Giovanni dicono che se il valore morale è alto il rischio di corruzione è basso, viceversa il rischio di corruzione diventa alto. Giuliano dice che lui non si lascerebbe corrompere per nessun prezzo. Giovanni ironizza ancora una volta su Giuliano. A questo punto faccio notare a Giovanni che fin qui lui non ha fatto altro che smentire e ridicolizzare le affermazioni degli altri… qui scatta qualcosa in lui che lo manda prima in panico, poi in ira, dandomi del lei mi dice che non mi debbo permettere di usare certi termini nei suoi riguardi (la parola incriminata è “smentire”, ma io non capisco il nesso con l’accezione di “infamia” che lui recepisce a vedersi attribuire questo verbo). Tutti cerchiamo di spiegargli cosa vuol dire smentire (forse lui lo confonde con “mentire”, boh?!) e non ci sarebbe niente di offensivo, ma lui non si placa. Si è arrabbiato di brutto e si è messo a muso duro non partecipando più al gruppo. Finiamo comunque il giro iniziato; Vincenzo se ne sta di nuovo nell’ambiguità, ma io lo metto alle strette e lo costringo ad ammettere che messo nelle condizioni opportune potrebbe anche essere corrotto. Domenico concorda con Maurizio: se ho bisogno di soldi mi faccio corrompere altrimenti no. Questi ultimi trascurano il dato fondamentale che l’uomo non si contenta mai e che è quindi in perenne stato di bisogno, quindi sempre corruttibile (Maurizio nega questo fenomeno). Quando tocca a me dico che  sicuramente ho un prezzo anch’io, ma di non sapere quale sia. Inizia un’asta al rialzo per vedere quale sia questo prezzo, ma non ne veniamo a capo. Ciro fa l’esempio che mi darebbe 20 milioni di euro per far del male a Giuliano, ma grazie a questa provocazione metto a fuoco meglio il mio pensiero dicendo che se si tratta di fare un male diretto a qualcuno non ho prezzo e spiego anche il perché: essendo una persona in pace con la propria coscienza, vivo tranquillo e felice così; nel momento in cui dovessi fare del male a qualcuno la mia coscienza ne verrebbe ferita, spaccata e verrebbe meno immediatamente, e forse irrimediabilmente, l’equilibrio di benessere in cui mi trovo. Per questo motivo non c’è cifra che mi possa far perdere il benessere che già ho. Che me ne faccio dei soldi se non sto più bene con me stesso, cadrei inevitabilmente nel giro vizioso del male, tanto ormai la mia coscienza sarebbe compromessa. Questo ragionamento sembra per un attimo far breccia nella loro scorza e in qualche modo sono sicuro che lanciano un rapido sguardo alle loro coscienze (sporche o ferite) facendo un bilancio del malessere in cui vivono per averle rinnegate.

Siamo sul finire, ma a me preme recuperare Giovanni, quindi lo coinvolgo di nuovo a riflettere sull’equivoco in cui siamo incappati. Lui dice che scherzava quando smentiva gli altri, ma io ribatto che non posso sapere quando scherza e quando no se non lo dice chiaramente; e in ogni caso non possiamo buttare tutto quello che si fa e che si dice sullo scherzo, così facendo comprometteremmo il percorso che stiamo cercando di fare. Ammetto che quello del gruppo è uno spazio di libertà e anche di svago, ma non può essere solo questo. Giovanni sembra un po’ rinfrancato e arriva perfino a chiedermi scusa per aver equivocato i termini che ho usato. Poi dice che tornerà al gruppo e che il suo umore era scuro già da prima perché gli era andata male una camera di consiglio (in questo passaggio ammette che il giudice ha considerato comunque positivo il fatto che lui stia partecipando al gruppo di auto-aiuto… questa è una cosa che ho già sentito da altri e non può che rincuorarmi). Oggi, malgrado il mio atteggiamento nel gruppo sia sempre improntato a improvvisazione e creatività, avevo un non ben definito obiettivo che capisco bene solo adesso: pervenire in qualche modo a una conclusione soddisfacente sul fatto che le leggi sono indispensabili, che chi le fa applicare è necessario e che nel convivere civile più che la libertà serve la responsabilità di ciascuno e di tutti. Sarò riuscito nell’intento?

Simone

Caro Giuliano

ho sempre pensato che tu fossi una persona fuori luogo dentro il carcere, come se io notassi un’insanabile contraddizione tra il tuo atteggiamento di mansuetudine e la trasgressione che ti ha portato in prigione. Non è questione di aver commesso o no dei reati, è il “come” li hai commessi che ai miei occhi appare rilevante. Certo io non conosco i dettagli, ma ricordo che una volta hai raccontato che ti hanno preso subito perché non avevi avuto né la cattiveria per fare veramente del male, né la scaltrezza maliziosa per cercare di farla franca. Quella volta mi sei sembrato come un agnello che si traveste da lupo per predare altri agnelli, ma se sei nato erbivoro non diverrai un carnivoro che preda i suoi simili; per te commettere dei reati dev’essere stata una forzatura alla tua innata docilità. So bene che anche le persone più pacifiche, se messe in una condizione di esasperazione, senza via d’uscita, possono divenire aggressive e violente, ma di te faccio fatica a pensarlo. Mi sbaglierò, ma tu non sei nato per la guerra, tu sei un uomo di pace.

Il brano che hai scelto a caso però non mi aiuta a capire meglio le mie sensazioni su di te: “I discepoli poi domandarono a Gesù il senso della parabola. Egli disse: A voi Dio fa conoscere apertamente i misteri del suo regno; agli altri invece li fa conoscere solo in parabole, perché come dice la Bibbia: guardano ma non vedono, ascoltano ma non capiscono” (Luca 8,9-10). Chi è che guarda ma non vede? Chi ascolta e non capisce? Ingenuamente ti ho chiesto se Dio ti avesse mai parlato nella tua vita… hai detto di no, ma non era a te che andava rivolta questa domanda. Avrei dovuto rivolgerla a chi procura la sofferenza, a chi impone i distacchi, a chi infligge i lutti. Avrei dovuto rivolgerla a quelli che ti hanno visto smarrito e si sono girati dall’altra parte per proteggere i loro interessi; a quelli che ti hanno visto andare a occhi chiusi verso il precipizio e non si sono preoccupati di avvertirti, a quelli che non ti hanno trattenuto in tempo. Sono sicuro che alla stessa domanda anche loro avrebbero risposto di no, che Dio non ha niente da dire a loro, che si faccia gli affari suoi lassù, che noi ci facciamo quelli nostri quaggiù. Credo ai loro no, ma non credo al tuo no. Una persona umile e pacata come te chissà quante volte ha ascoltato la tenerezza di Dio nel suo cuore, chissà quante volte se ne è fatto messaggero verso gli altri, con una parola dolce, un gesto cortese, uno sguardo basso e docile piuttosto che altezzoso e tagliente.

Le volte che ti sei assentato dal gruppo ho avvertito nettamente lo sbilanciamento che si veniva a creare tra noi, come se tu facessi da contrappeso in tutte le occasioni in cui la rabbia, la presunzione e la vanità scoppiettavano nell’aria come i botti di un’alborata. Un contrappeso fatto di silenzi, di ascolto attento e discreto, di pacata remissività, di condivisione mai ostentata. Probabilmente Dio ti parla poco perché poco ha da correggerti; gli vai bene così come sei, in fondo mansuetudine e semplicità sono i tratti essenziali di uno dei suoi figli prediletti: san Francesco. Forse non sai che la sua conversione inizia proprio in una prigione come questa, forse nemmeno lontana da qui, perché catturato e fatto prigioniero in una battaglia tra Assisi e Perugia viene sbattuto in galera assieme a dei compagni. Lì incontra degli altri derelitti e instaura una specie di gruppo di auto-aiuto attorno alle poche parole che Dio diceva loro attraverso le pagine sgualcite di un Vangelo rinvenuto per caso, scritto a mano, a spezzoni di memoria. Da quella prigione Francesco esce sconvolto, lo danno per pazzo, se allora ne avessero avuti lo avrebbero imbottito di antidepressivi e lo avrebbero rinchiuso in qualche Ospedale Penale Giudiziario dell’epoca. Invece lì comincia il suo cammino di santità che avrà risonanza in ogni angolo della terra.

E tu? Come sarai quando uscirai dalla stessa prigione? Ti ricorderai del bene che hai da fare o sarai ancora sommerso dal bene che non ti hanno fatto? Sarai rinsavito o sarai impazzito anche tu perché Dio finalmente ti ha parlato? Io con te sono stato bene, il tuo sguardo attento me lo sono sempre sentito addosso, un po’ a pormi domande, un po’ a carpire risposte; in ogni caso l’ho sentito come la mano che un amico ti mette sulla spalla per farti sentire la sua vicinanza. Come a volermi dire un grazie senza far troppo rumore. Oggi sono io a ringraziare te, Giuliano, perché a uno che spesso si fa sordo come me, Dio ha parlato anche attraverso te.

Simone

Beati i miti

Nella solitudine della reclusione ci sono persone silenziose, miti, che la vita ha strattonato fino a far cadere… e una volta a terra lì sono rimasti, nell’indifferenza di quanti preferiscono ignorare, nella malafede di quanti ne hanno da guadagnare, nel cinismo di quanti continuano a calpestarli. Quando tendi loro la mano e si rialzano, sanno stupirti.

Si

16 Giugno

Ci informiamo con Maurizio che è stato tre giorni a casa in permesso e respiriamo un breve momento di contentezza perché è palpabile come questo ragazzo stia patendo una carcerazione che gli pesa molto perché si sente pronto a ricominciare onestamente la sua vita. Questa sensazione non l’ho incontrata di frequente nei detenuti, è più facile che vivano una frenesia da liberazione e non si pongano il problema di organizzarsi mentalmente già da dentro per cambiare vita fuori. I più hanno un corrosivo dentro che è l’accumulo e la sedimentazione della rabbia che impedisce loro un pensiero programmaticamente positivo. Questo il modello di carcere afflittivo è un vero fallimento. E’ un mio parere, ma in svariate occasioni il gruppo ha sottoscritto in pieno questa opinione e non vedo come potrebbe essere diversamente. E’ una prassi che non riesce bene nemmeno col mio cane che quando fa qualcosa di vietato si fa piccolo piccolo per non ricevere la punizione, ma la riceve regolarmente e regolarmente poco dopo è pronto a rifarla (e sì che con i cani di Pavlov il condizionamento indotto sembrava funzionare).

Qualche incontro fa era emersa un’idea utopistica nel gruppo che potremmo intitolare: “Adotta un detenuto”, una sorta di affido familiare alternativo al carcere. Famiglie accoglienti disposte a prendere nel loro vissuto quotidiano una persona che deve scontare una pena per pura filantropia educativa. Niente afflizione, solo accogliente dedizione, possibilmente rispettosa e amorevole. Non mi dilungo oltre nei dettagli (che peraltro non ci sono) ma l’idea è parsa a tutti affascinante. Chissà se un giorno…

Con Giugno il gruppo arriva alla sua fine programmata e non è certo che riprenda dopo l’estate, per cui dalla volta scorsa, prendendo spunto da brani evangelici scelti a caso, ho cominciato a scrivere delle lettere di commiato ai detenuti che hanno partecipato al gruppo. Oggi debbo consegnare due lettere che ho scritto in settimana ad Antonio e a Maurizio. Prima di consegnarle chiedo un po’ d’attenzione e le leggo ai destinatari. Le lettere sono scritte col cuore e al cuore arrivano, mettendo a fuoco aspetti dei loro caratteri in cui si riconoscono. L’essere capiti nel proprio mondo interiore è per ogni essere umano un’esperienza molto bella, a testimonianza di un comune bisogno quasi mai appagato nei giochi di ruolo in cui le nostre relazioni vengono normalmente vissute (e in carcere credo sia ancora peggio).

Oggi chiedo a Giuliano di scegliere un brano del Vangelo a caso e di commentarlo brevemente, eccolo: “I discepoli poi domandarono a Gesù il senso della parabola. Egli disse: A voi Dio fa conoscere apertamente i misteri del suo regno; agli altri invece li fa conoscere solo in parabole, perché guardino ma non vedano, ascoltino ma non capiscano” (Luca 8,10). Dopo aver spiegato brevemente il significato di “parabola” chiedo a Giuliano se a lui, che si dice credente, sia mai capitato che Dio gli abbia “parlato”; lui dice che non è mai successo. Anzi si rammarica di quest’a sorta di assenza di Dio specie quando nel mondo accadono le disgrazie o gli uomini fanno soffrire altri uomini. E’ quasi un atto di accusa verso Dio che da un lato non gli dice nulla (quando ne avrebbe molto bisogno) e dall’altro lato se ne sta indifferente di fronte alla sofferenza degli uomini. Provo a farlo riflettere raccontandogli l’aneddoto della bambina derelitta che in una sera d’inverno se ne stava per strada a chiedere l’elemosina e del passante che impreca contro Dio a favore della piccola dicendo: “Signore, come puoi permettere che un’innocente patisca così, fa’ qualcosa!”. Al ché Dio risponde dicendo: “Ho già fatto qualcosa, ho fatto te!”, evidenziando come di fronte alla sofferenza che hai sotto gli occhi non trovi di meglio da fare che imprecare anziché provvedere. Giuliano ascolta timidamente com’è suo solito; a tratti abbassa gli occhi come a cercare per terra un pensiero da esprimere, poi ritorna a contestare l’assenza di Dio, perché è l’assenza di una guida che lo ha portato a sbagliare nella sua vita e non se ne dà ancora pace. Lui è uno di quelli che si identifica con quelli a cui è dato “ascoltare ma non capire” e si sente discriminato anche da Dio, la sua ultima spiaggia. Faccio sinceramente fatica a dare una connotazione positiva alla frase del Vangelo e ammetto pubblicamente che non ho tutte le risposte, che spessobrancolonel buio anch’io, che non mi capacito del male e non mi rassegno alla sofferenza. Silenzio. L’uomo saggio venuto dal mondo libero mostra la sua fragilità. E’ da compatire? Da criticare? Da capire?

Nel gruppo le opinioni si accavallano, ma non è facile eludere la verità emersa: non è tanto Dio l’assente, quanto la carità e la solidarietà tra gli uomini. Da qui si dipartono una serie di considerazioni che ci fanno capire come una certa religiosità che “guarda ma non vede, ascolta ma non capisce” allontani le persone dalla fede e da comportamenti conseguenti. Spesso nel gruppo ho avuto la netta sensazione che con queste persone in stato di cattività si vada al centro delle questioni senza tergiversare più di tanto. Sono inesorabilmente centrati sul dolore o sulla rabbia e i loro punti di vista sono lucidi e taglienti, ferite aperte, senza sutura, senza anestetico. Verità crude senza sfumature, senza evasioni… già, senza possibili evasioni.

Simone

Caro Antonio

anche a te, dopo l’ultimo, incontro sento il bisogno di scrivere delle parole di ringraziamento per esserti fatto compagno di viaggio in questi mesi del gruppo di auto-aiuto. Prendo le mosse dal brano del Vangelo estratto a caso da te: “Il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di malvagità. Stolti, Colui che ha fatto l’esterno, non ha fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che è dentro il piatto; e ogni cosa sarà pura per voi.” (Lc 11,39-41). Di fronte a queste parole non hai cercato di svicolare, di nasconderti, di negare; hai ammesso “rapine e malvagità”, ma ti sei ribellato all’idea di essere un ipocrita, un falso, uno che inganna e tradisce, che fa apparire quello che non è.

Io ti credo, Antonio. Penso che intimamente, nel segreto del tuo cuore, tu abbia il coraggio di farti un vero esame di coscienza e di constatare quanta della sofferenza che la vita ti ha riservato hai trasformato in sofferenza procurata agli altri. A cominciare dai tuoi affetti sparpagliati in tante compagne divenute madri e in tanti figli dispersi senza aver goduto appieno di un padre. Tu ami tanto i tuoi figli, ne sono sicuro, ami meno prenderti le responsabilità delle tue tante paternità, ma non ti biasimo, a te il padre è stato “cancellato” prematuramente e sei rimasto figlio disperso tu per primo. Il racconto della tua vita, che a tratti è venuto fuori nel gruppo, mi ha talvolta toccato e mi sono commosso, forse qualcosa della tua storia è risuonata nella mia storia rendendomi “vulnerabile” al tuo dolore.

In te vedo una persona che non ha avuto tante opportunità nella sua vita, che è stata amata poco e guidata peggio, una persona che non deve avere avuto scelta nel doversi arrangiare malamente pur di sopravvivere in un mondo ostile. Sento a pelle la presenza in embrione di sincerità, lealtà e perfino purezza di cuore, valori che messi dentro dei rapporti umani autentici e amorevoli, potrebbero farti trovare la via del riscatto, potrebbero farti risalire e curare i tuoi dolori senza più bisogno di esiliarti in una sfacciata strafottenza che ti rende impermeabile al dolore degli altri. Frequentandoti ho imparato ad apprezzare il tuo tono semplice e spontaneo, sempre condito di una gradevole ironia, ma come gli altri non sono riuscito a capire dove finisce in te l’ingenuità e dove comincia la furbizia…, fa parte, secondo me, di una vena recitativa che hai come dote naturale: quell’esprimere anche il lato divertente e pazzerello del tuo vissuto ha un sapore teatrale, semplice e bonario, che accomuna tutti i grandi artisti della tua terra, capaci di rappresentare un’umanità a volte derelitta, ma sempre profondamente vera.

Un po’ “pazzo” lo devi essere davvero, ma in questo io ci vedo più un pregio che un difetto, ci vedo il modo efficace che ti ha permesso di difenderti e di fortificarti nell’attraversare tutti i drammi della tua vita, preservandoti da una perdizione totale e definitiva. Perché perdersi è l’unica cosa che non lascerà nessuna traccia di noi sulla terra, è l’unica cosa che ci seppellirà veramente e ci cancellerà dalla memoria degli uomini. Vedi di non perderti del tutto, Antonio.

A tratti ho visto nei tuoi occhi anche una triste rassegnazione, come una resa di fronte ai tanti malanni che ti affliggono, all’impossibile fatica di cambiare il proprio modo di fare, al constatare quasi con rabbia che una volta fuori non riuscirai che a fare altri danni, come se tu fossi una macchina programmata per fare sempre la stessa cosa. Non è così caro Antonio, come tutte le persone su questa terra hai sempre la possibilità di fare qualcosa per cambiare, si tratta di girare lo sguardo verso volti nuovi, parole nuove, possibilità diverse…, si tratta di “non preoccuparsi più di pulire la parte esterna della coppa”, ma di cominciare a prendersi cura del proprio mondo interiore, ripulendolo da “rapine e malvagità” in primis e poi arredandolo di pensieri positivi e generosità nuova. Io e Marisa siamo venuti a portare i nostri volti, i nostri pensieri, le nostre parole nuove e te ne abbiamo fatto dono, ma non possiamo fare la strada al posto tuo…, sei tu che puoi fare tanto di più per te stesso e per i tuoi affetti. Puoi cominciare a vedere di te qualche qualità oltre che ai difetti. Forse è questo il più grande ostacolo da superare per persone che come te sono state giudicate e condannate: venire identificati con i propri sbagli e “costretti” di conseguenza a sentirsi irrimediabilmente sbagliati.

Ti posso garantire che questa sensazione di non sentirsi all’altezza e di sentirsi inadeguati non appartiene solo ai detenuti, è una condizione esistenziale molto diffusa che ha le sue radici nella nostra debolezza di esseri umani. Ma io conosco una potente medicina che ho sperimentato su di me e funziona meravigliosamente: il Vangelo. L’esperienza terrena di Gesù, le sue parole, il suo essersi fatto fratello e aver condiviso la croce con dei malfattori per portarseli a tutti i costi in paradiso.

Se non dovessimo vederci più in questa terra, è proprio lì che ci riincontreremo, ne sono convinto. Un abbraccio Antonio, ti voglio bene.

Simone

Sul serio?

La seriosità non fa per noi.

Ci è piaciuto giocare, sdrammatizzare vissuti impossibili, dolori irrimediabili.

Con la leggerezza siamo riusciti ad accoglierci e immedesimarci, a gioire e a commuoverci.

Ogni volta che abbiamo riso siamo evasi di prigione.

Ogni volta che abbiamo giocato siamo stati profondamente liberi.

Ci debbono essere ancora tracce d’innocenza in noi.

Simone

14 Marzo

Giovanni oggi è raggiante perché ieri ha avuto un colloquio con la sua famiglia; in particolare ci racconta come per due ore il suo figlioletto più piccolo di 10 anni gli sia stato sulle gambe e lo abbia in un certo modo “contemplato” godendosi e nutrendosi della figura paterna che, purtroppo per lui, vede raramente e non certo in condizioni di normale quotidianità. Giovanni ha cinque figli e ha pure una moglie agli arresti domiciliari; malgrado la situazione e i reati commessi sembra tenere in grande considerazione i valori familiari ed è convintissimo che avere una famiglia è una delle cose più belle della vita. Non posso che confermare e condividere il suo pensiero, ma pacatamente gli faccio porre attenzione sulla sua responsabilità per il fatto di non poter godere di questo benessere primario, oltre che privarne i suoi familiari. Lui lo ammette ed è sinceramente d’accordo con me, ma ciononostante ancora pensa che una volta fuori sarà costretto a commettere dei reati proprio per “campare” la sua famiglia: ecco che di nuovo fa cortocircuito l’idea di un bene da godere con il modo sbagliato per ottenerlo. E’ un autoinganno che mi sforzo di fargli vedere con maggiore evidenza; cerco di farlo riflettere e ragionare con calma sul fatto che, come dice papa Francesco: “Così si dà pane sporco ai propri figli”, cosa che nessun padre in coscienza farebbe, eppure… è un’evidenza che nella mente di tanti padri detenuti non alligna, come se fosse un concetto alieno, troppo al di fuori della loro portata. E’ evidente che le parole non bastano, occorrerebbero esperienze sul campo,  percorsi formativi a contatto diretto con realtà coinvolgenti. Non è la prima volta che mi balena l’idea che, nei dovuti modi, un’esperienza di missione di quelle dure, in mezzo a bisogni essenziali, farebbe un gran bene a queste persone.

A proposito di famiglia e di valori familiari, Antonio rispolvera la sua singolare situazione e ce la espone: lui è stato convivente con cinque donne diverse, al momento dell’arresto conviveva con la sesta; da tutt’è cinque ha avuto un figlio, dalla sesta avrebbe avuto ancora un altro figlio se non avesse abortito per un trauma. La sua situazione affettivo-relazionale è drammatica ai confini dell’inverosimile. Gli chiedo di raccontarci qualcosa della sua infanzia: è l’undicesimo di tredici figli, la sua famiglia ha vissuto una pesante indigenza e il doversi arrangiare è stato giocoforza, In una faida tra clan gli è stato ucciso il padre e il fratello maggiore quando lui aveva dieci anni, la sua vita a questo punto subisce un contraccolpo drammatico, si trova proiettato nella giungla della strada a doversela cavare come un animale selvatico; in casa pochi riferimenti, educazione pressoché nulla. Antonio, già dalla primissima adolescenza, inizia la sua carriera di sbandato che lo porterà ripetutamente in carcere per una serie ripetitiva di reati. Una storia di sofferenza infinita che lui racconta invece con apparente “normalità”, così come avere cinque figli e sei ex amanti sparsi per il mondo non sembra creargli particolari problemi, dice che i figli sono uniti e gli vogliono bene (ai più, me in testa, parrebbe una pia illusione, ma sento di doverla comunque rispettare… probabilmente è un’idea che lo conforta e lo preserva in qualche misura dalla disperazione).

Sto ascoltando con molta empatia Antonio, mentre gli altri ridacchiano e ironizzano variamente sulle sue storie quantomeno “singolari”. Loro lo prendono in giro volentieri e lui li lascia fare perché in un certo modo lo fa sentire in relazione, accettato (in carcere è un solitario e non sta bene con nessuno, si relaziona con pochissimi, il gruppo è una delle poche occasioni per stare con gli altri in maniera “invitante” piuttosto che “evitante”). Come se tutto ciò non bastasse accusa una serie di problemi di salute, dice di essere cardiopatico e, tra lo stile di vita che conduce in carcere e l’assenza di adeguate cure, teme che presto saluterà per sempre la compagnia. Qualcosa del “personaggio” Antonio mi tocca nel profondo per cui, stando in ascolto empatico, finisco inaspettatamente per commuovermi. Piuttosto che glissare e dissimulare decido di farne partecipe il gruppo che si sta ancora trastullando in atteggiamenti goliardici, ma anche le parole con cui sto esternando la mia commozione vengono risucchiate nel vortice dell’ilarità corrente e suscitano a loro volta moti di scherno: commuoversi non è da uomini e la sensazione generale è che io viva nel mondo effeminato delle favole. La cosa mi indispettisce alquanto, ma anziché alterarmi mi intestardisco sull’argomento. Faccio notare a Giovanni, uno dei più ilari, che anche lui è una persona in grado di commuoversi, vedi il colloquio di ieri con moglie e figlio, il problema per loro che si sentono dei “duri” è farlo vedere in pubblico casomai. C’è un momento d’impasse, l’ilarità viene meno e anche altri ammettono che per i propri cari è lecito commuoversi, per i bambini poi diventa quasi “obbligatorio”. Giovanni si sente toccato a sua volta e racconta di quella volta in cui si è sentito in dovere di intervenire a difesa di un bambino nell’ambito di un alterco che aveva coinvolto i conducenti di due veicoli impantanati nel caos del traffico: in mezzo alla confusione e agli schiamazzi ha notato un bambino impaurito che, rimasto solo, piangeva disperatamente: è corso immediatamente in sua difesa finendo per essere coinvolto nell’alterco. Un gesto nobile il suo, dovuto a empatia e commozione, appunto.

Tutti abbiamo un bambino interiore fragile e indifeso, tutti quindi siamo capaci di “risuonare” di commozione come è accaduto a Giovanni. Piccole e semplici cose che hanno lo straordinario potere di accomunarci nella nostra umanità essenziale. D’incanto tutti scopriamo di essere persone capaci di commozione, colgo la palla al balzo per spiegare meglio che a farmi commuovere è stato l’immaginare di essere io stesso quel bambino di 10 anni a cui vengono uccisi padre e fratello maggiore venendo di fatto buttato in mezzo a una strada a cavarsela da solo. Nessuno ride o ironizza più. Sottolineo come e quanto sia importante la figura paterna per un bambino maschio che deve farsi le ossa per affrontare la vita. Ammetto pubblicamente che in quel preciso momento è come se il bambino Antonio di 10 anni fosse stato mio figlio… Giovanni a questo punto fa una battuta abbastanza cinica e derisoria rivolto ad Antonio: “Chiamalo papà!”. L’incantesimo viene ancora infranto, ma nemmeno stavolta reagisco male, spiego piuttosto: prendo tra le mie scartoffie un’immagine di papa Francesco e chiedo a Marisa (una volontaria che occasionalmente collabora con me) di leggere la didascalia, lei pronuncia “Papa Francesco”, in maniera normale, ma io la correggo dicendo che per me la pronuncia è un’altra. Quale? Io sulla parola “Papa” metto l’accento sull’ultima “a” e lo chiamo Papà Francesco: non avendo più un padre vivente l’ho scelto come riferimento di vita e come guida spirituale…, perché tutti noi abbiamo bisogno di persone di riferimento e se non ce le abbiamo ci sentiamo sbandati e orfani. In questo momento sento di essere un papà per Antonio, un suo riferimento, e non c’è nulla di male. Antonio mi pare avere le lacrime agli occhi ma forse è solo una mia impressione, io ho le lacrime agli occhi e non è un’impressione.

Di certo questo è stato un momento di grande verità nel gruppo. Il problema è: ci si può commuovere per un estraneo? Mihai dice che di storie commoventi nel carcere ce ne sono decine e non ci si può far carico di tutte commuovendosi per ognuna. Alla fine si rimane indifferenti. Ammetto che non ci si può commuovere per tutti, perché commuoversi è faticoso e fa soffrire, ma almeno nel gruppo abbiamo la possibilità di farlo ed è bello farlo perché fa sentire l’altro accolto e degno di esistere. In verità non tutti riescono ad accedere a questa dimensione di fiducia che corrobora le relazioni e le rende amicali se non familiari, ma nel tempo ho potuto constatare che anche le persone più introverse e chiuse, quelle che parlano poco e ascoltano molto, usufruiscono di questo clima come se respirassero l’aria di casa propria ed è già un potente lenitivo in questo mondo concepito afflittivo e a conduzione oppressiva. Dopo il passaggio della commozione Antonio è stato come liberato da un peso e parte quindi con un logorroico racconto semi-serio di come si sia incasinato nel condurre un calesse trainato da un cavallo (pare che abbia avuto un piccolo allevamento abusivo di cavalli e ne abbia maldestramente condotto la gestione) perché aveva messo il paraocchi a un cavallo che non vi era abituato seminando scompiglio lungo la strada e finendo dentro una macchia semitravolto dal cavallo imbizzarrito.

Le storie di Antonio hanno sempre una vena tra il comico e il tragico… in un’altra vita sarebbe stato un clown perfetto.

Si

Caro Luigi

anche a te, compagno di viaggio in questa bella esperienza, sento il bisogno di scrivere una lettera un po’ più personale e confidenziale. Prendo spunto dal brano biblico che ti è toccato in sorte: è un passo del libro dei Proverbi, al cap.21, dove si trova tutta una sequenza di paragoni tra chi agisce bene e chi agisce male, con relative conseguenze; i tuoi versetti, 7 e 8, recitano così: “La violenza degli empi li travolge, perché rifiutano di praticare la giustizia. Tortuosa è la via dell’uomo criminale, ma chi è puro e innocente agisce rettamente”. Queste pagine della Bibbia sembrano il lungo colloquio di un padre saggio e amorevole con il figlio che si appresta a entrare nell’età adulta e deve potersi orientare per ottenere il meglio. Mi chiedo se nella vita tu abbia avuto una guida saggia, qualcuno che ti abbia dato certezze e riferimenti nei tanti momenti di dubbio che pure devi avere avuto… forse no… in ogni caso oggi sei tu, che a costo di sofferenza e patimenti, hai acquisito l’esperienza e la saggezza necessari per operare un cambiamento. Quando, guardandomi, mi hai detto di essere stanco e stufo di quel tipo di vita, ho visto nel tuo cuore un combattimento tra due forze contrapposte che ti stanno rubando tutte le energie. Tu vorresti allearti con le ragioni del bene, ma le opinioni del male hanno un esercito più potente e la tua paura è proprio quella di stare dalla parte soccombente in questa battaglia.  Non è così Luigi: “Chi segue la giustizia e la misericordia troverà vita e gloria” (ti) viene detto qualche versetto più avanti, tu credici, abbi fede, per te è arrivato il momento di fare con coraggio scelte che siano foriere di benessere e non più tristi espressioni di malessere.

Sinceramente sento che in te è iniziato un processo di cambiamento che ti porterà a un riscatto e a una possibilità di vita nuova. Nel poco tempo che siamo stati insieme hai investito tutti con la tua veemenza e le tue contraddizioni. Ti sei posto e contrapposto da bullo che pretende il posto di leader, ma è solo un gioco di ruoli, un’apparenza, una maschera funzionale a un modo di essere che cominci a disconoscere. Ormai vivi interiormente un bisogno nuovo, quello di divenire più docile a parole di saggezza, si è visto nelle tante riflessioni acute e ponderate che hai regalato al gruppo: una novità benefica sta prendendo possesso del tuo cuore, accettala, accoglila, coltivala; dài forza a questo movimento, alleati con esso, dagli voce, sei dalla parte giusta, non temere: “Il cavallo è pronto per il giorno della battaglia, ma al Signore appartiene la vittoria”, ecco chi è il tuo vero alleato, te lo dice l’ultimo versetto del capitolo.

Penso che tu sia un uomo in trasformazione e trovo assolutamente normale che provi una qualche ansia e preoccupazione rispetto a ciò che ti aspetta fuori dal carcere. Ti invito a leggere queste emozioni come segni positivi di un modo più gratificante di affrontare la realtà. Come ho avuto modo di dirti privatamente, in te ci sono consapevolezze chiare e profonde, commiste a ritorni di fiamma di orgoglio e presunzione che ti tengono legato a un’illusione di felicità… “L’empio continua sempre a volere; il giusto invece presta e mai rifiuta” dice un altro passo del libro dei Proverbi, come a dire che se cominci a contrastare la pulsione a prendere (beni , dominio, successo ecc.) e cominci ad aprire la tua mano per dare (attenzione ai valori veri e comprensione alle persone), emozioni nuove verranno a farti compagnia e scacceranno paure e ansie. Per nessuno di noi il cambiamento è facile e indolore, specie se nella nostra vita siamo stati condizionati ad essere noi stessi sempre al centro di tutto. La tua via credo debba passare attraverso un passaggio angusto e difficile a cui io darei il nome di “decentramento”, prova a far venire qualcun altro al centro dell’universo assieme a te, accogli qualcuno nella tua solitudine, vedrai che l’egocentrismo diminuirà progressivamente; prova a metterti nelle mani di Dio, come dice il titolo del brano biblico che casualmente è capitato a te… e non credere che devi andare chissà dove o fare chissaché per trovare queste mani: guardare con benevolenza chi ti è accanto e donargli un sorriso o un conforto gratuito è già mettersi in queste mani.

In te ho conosciuto una persona sensibile ed esuberante, vitale e intelligente, una persona che tiene il discorso e sa argomentarlo, a tratti di una sincerità disarmante, a tratti perduto dentro i meandri di una dissimulazione. Animo contraddittorio il tuo, ma potenzialmente fecondo e ricco di positività. Spero di incontrarti ancora e di fare un altro tratto di strada con te, per conoscerci, capirci meglio e, magari, insieme provare a stare dalla parte dei saggi e non degli stolti.

Ti auguro pace, a presto.

Simone   

Itaca

Ho incontrato uomini profondamente soli, errabondi nel deserto che si sono creati intorno; uomini divenuti muti, incomunicanti, avvezzi solo a prendere e pretendere. Appena lenita la solitudine dentro relazioni più morbide e amichevoli, li ho visti mettersi in ascolto, chiedere comprensione e darne anche di più, li ho sorpresi in gesti di dono, disposti a raccontarsi… a ridefinirsi.

Marco è uno di questi uomini. Dopo l’incontro del 14 ottobre lo incontro individualmente e mi accorgo subito che ha le porte aperte, ha voglia di rompere il cerchio del silenzio, di comunicare, di aprirsi, di raccontarsi. Il discorso cade inevitabilmente sulla famiglia, moglie e figlia, che lo attendono a casa e viene fuori la struggente nostalgia che deve provare ogni persona forzatamente allontanata dai propri affetti. E’ la storia di ogni detenuto, chi più chi meno, la separazione dai propri cari è una pena nella pena. Ci sono anche quelli che non hanno nessuno che li aspetti, sono pochi ma la loro sofferenza è molto maggiore degli altri. Anche per chi una famiglia ce l’ha non sono sempre rose e fiori, talvolta i familiari non ce la fanno proprio e ci sono distacchi, abbandoni, tradimenti. Storie dolorose. Qui dentro è come sbucciare cipolle, un dolore dopo l’altro mentre ti piangono gli occhi e il cuore. La metafora fa sorridere Marco, lui è fortunato, ha una famiglia splendida e quando ne parla gli si illuminano gli occhi. A un certo punto del colloquio mi consegna un foglio sul quale ha ricopiato la poesia “Itaca” di Costantino Kavafis, mi chiede se la conosco, ammetto di no, mi consiglia quindi di leggerla con fare paterno. Eccola:

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Mi ha fatto un bel regalo nel farmela conoscere, una volta a casa la rileggo con calma e mi accorgo come in tante parti lui vi si veda rispecchiato. Penso che la sua Itaca sia la famiglia che presto riabbraccerà; penso anche che le avventure malavitose e le sventure carcerarie che l’hanno portato a peregrinare e a patire in mille porti non sempre accoglienti lontano da essa, lo hanno alla fine arricchito. Lo hanno reso consapevole dei “Lestrigoni e Ciclopi interiori”, della “rabbia di Nettuno” che in lui esplode improvvisa e lo prende tutto. Il lungo viaggio lo ha arricchito di relazioni nuove, talune vere e profonde, in esse è come se avesse “toccato terra per la prima volta”. Ha incontrato i “dotti” attraverso i libri che ha letto e ha saputo scovare negli “empori fenici” il profumo di quelle amicizie nella sofferenza che ha avuto la pazienza e la tenacia di coltivare. Una cosa però non gli riesce di digerire: “Soprattutto non affrettare il viaggio, fa che duri a lungo, per anni…”; questo no, questo proprio no. Marco non vede l’ora che questo viaggio in galera abbia fine e possa tornare alla sua “Itaca”, il suo miraggio, la sua meta, la sua utopia. “E se la ritrovi povera, non per questo ti ha deluso”. L’hai resa povera tu, Marco, è ora che le restituisci quello che le hai tolto tornando marito e padre migliore.

Grazie della poesia, Si.

14 Ottobre

Da qualche incontro abbiamo due galli nel pollaio, Marco e Luigi (Gigi). Marco è nel gruppo da 40 incontri, Luigi ha fatto il suo ingresso due incontri fa. Questi è un tipo effervescente a cui piace provocare, simulare e dissimulare. La sua presenza ha portato nel gruppo un bel movimento, passa la maggior parte del tempo a confutare, contestare, opinare, sindacare ecc. ma si è dimostrato anche capace di una buona auto-osservazione e quando vuole argomenta in maniera congrua e intelligente. I suoi atteggiamenti ambivalenti creano nel gruppo un certo sconcerto perché è difficile inquadrarlo, mostra una personalità ambigua e quindi non è facile relazionarsi con lui. Era fatale che entrasse in collisione con Marco, il quale invece è chiaro e diretto nei suoi modi e per di più non si sente inferiore a nessuno, avendo peraltro una buona preparazione culturale e parecchio acume.

Oggi i due hanno subito iniziato un confronto tra loro monopolizzando l’attenzione e facendoci perdere parecchio tempo. Il clima odierno, inoltre, era molto teso per via che ieri c’è stato un suicidio tra le mura del carcere, si è trattato di una persona che alcuni del gruppo conoscevano bene in quanto loro vicino di cella. Proprio da questo episodio prendo spunto per iniziare l’incontro. Dopo una breve introduzione su come hanno riportato la notizia i giornali, chiedo un giro di opinioni ponendo una domanda al solito un po’ provocatoria: “Si poteva evitare questo suicidio?”. Si sente incombente nell’aria la sensazione che nessuno ha voglia di parlarne: morire in quel modo in gabbia è qualcosa che aggiunge un languore infinito all’orrore del fatto in sé e quindi si barricano dietro una sorta di indifferenza giudicante di sapore dispregiativo nei confronti del suicida. Questo disgraziato pare fosse in carcere per aver ucciso i genitori, un reato considerato assolutamente abbietto dalla comunità carceraria, e non tanto per l’omicidio del padre “che ci potrebbe anche stare”, quanto per l’omicidio della madre considerato “inconcepibile”. Il solo Gigi esprime una nota di dolore e di compassione quando descrive il modo in cui è stato trattato il cadavere del suicida, a suo dire disumanizzante: “come un sacco di patate” ( l’immagine è forte ed eloquente al tempo stesso, perché dice il grado di disumanizzazione percepito costantemente dai detenuti, i quali si sentono assimilati il più delle volte a “oggetti viventi da gestire”). Voci di camerata dicono che il suicida aveva da tempo avuto un crollo psicologico, aveva seri problemi psichici, si era lasciato andare e viveva rintanato in cella senza nemmeno lavarsi, in condizioni di lordura e puzza indecenti. Gigi è indignato perché ritiene che andava soccorso in tempo “da chi di dovere”, cosa che non è accaduta.

Sarà che non mi va giù l’indifferenza giudicante del gruppo o il senso di passiva rassegnazione in cui tutti sembrano ristagnare di fronte a un evento così grave, sintetizzato dalla frase “Era messo male, non si poteva fare niente!” detta da qualcuno e condivisa da tutti, fatto è che mi impunto improvvisamente e sbotto a voce alta: “Certo che si poteva fare qualcosa! Si può sempre fare qualcosa per chi soffre!!”. La mia uscita decisa e inaspettata lascia il gruppo un po’ interdetto, piombano in un silenzio riflessivo, sembrerebbe che tutti stiano facendo un esame di coscienza, ma dura poco, ben presto ognuno torna alla sua postura abituale e tutti si distanziano dal suicida dicendo sostanzialmente che quello che gli è capitato se lo è meritato, che è stata una giusta fine. Se fosse dipeso da loro avrebbero emesso una sentenza di morte inappellabile, lui li ha semplicemente preceduti, ha auto-eseguito una sentenza che già si respirava nell’aria.

Oggi nel gruppo sta accadendo qualcosa di agghiacciante. Respirare questo cinismo giudicante non fa bene a nessuno, ma credo che queste persone si stiano confrontando ciascuno con un personale blocco interiore che non riescono minimamente a smuovere, soprattuttoperché non ne sono consapevoli. Il solo Gigi, rivolgendosi a Marco, gli contesta una certa disumanità, ma lo fa per una sfida di leadership e non per altro. Presto fatto, i due riprendono a contrabbeccarsi trascinando il gruppo in una dispersività assoluta. Cerco di moderare al meglio, ma non ci riesco perché nessuno mi aiuta. Una cosa è certa, e la faccio notare a tutti: che si riempiono la bocca di parole nobili e fanno la voce grossa quando reclamano i diritti per se stessi, pretendendo di essere trattati umanamente e poi si rivelano loro stessi dei persecutori cinici e impietosi, giudici inesorabili nei confronti di qualche loro “collega” più sfortunato. Sembra proprio vera l’indagine sociologica circolata qualche incontro fa che riferiva di come delle persone normali messe nella condizione di carcerieri nei confronti di altre persone normali, dopo un po’ tiravano fuori il peggio di sé e diventavano dei veri e propri aguzzini.

Di fronte a questa situazione mi sento abbastanza impotente, sono davanti una sorta di muro che non riesco a superare. La domanda che ho posto all’inizio è rimasta senza risposta, c’è timore a dire un “sì”, forse si teme il pugno allo stomaco della domanda conseguente: “E allora perché non hai fatto niente?” Mi metto con pazienza a tessere una possibilità di dialogo, ma il clima rimane freddo, cimiteriale e malinconico. Vorrebbero abbandonare l’argomento evidentemente. Ci riescono i due perturbatori/sfidanti (Gigi e Marco) a portarci altrove e a calamitare la mia attenzione. C’è un momento preciso in cui provo a farli dialogare costruttivamente ed è quando Marco sta parlando di una sua vicenda familiare relativa alla morte del padre, ma a Gigi scappa una battutina e ridacchia tra se e sé, come fa spesso… stavolta fuori luogo. La cosa urta molto Marco che cerca di contenersi ma non ce la fa. Gli vengo in soccorso proponendogli di esperire in questo frangente un dialogo costruttivo aiutato da me al fine di risolvere positivamente il conflitto. Lui si rifiuta, la rabbia lo sovrasta e dopo aver sfogato il suo malessere in maniera poco violenta debbo dire, si alza e se ne va, abbandonando il gruppo. Faccio notare agli altri il comportamento evitante di Marco, dicendo che così non si è risolto il conflitto, lo si è semplicemente posticipato e probabilmente lo si è cristallizzato e di fatto aggravato. Gigi prova a dare le sue ragioni di scusa quasi quasi negando quello che ha appena fatto, ma io glielo vieto perché tutti abbiamo visto quello che è successo e negarlo è l’ennesima ambiguità che stavolta non gli concedo. A questo punto il gruppo è compromesso, qualcun altro si alza e prende le mosse per andarsene accampando qualche scusa. Siamo frustrati e stanchi. La morte di un essere umano ci ha messi alle corde. La considerazione finale che condivido col gruppo è che nessuno di loro ha risposto il fatidico “Sì” alla domanda iniziale, preferendo distanziarsi dall’evento per il puro scopo protettivo dovuto alla paura di affrontare la morte e quindi anche la vita, in maniera positiva e costruttiva.

I pochi rimasti, Emanuele, Gigi e Gennaro, a questo punto hanno una svolta emotiva repentina e sorprendente: si mettono a narrare di come hanno aiutato, sostenuto, accudito e anche lavato altri detenuti in difficoltà nella loro esperienza carceraria, mettendo in mostra una profonda umanità che pure hanno dissimulato nel gioco dei ruoli di dover apparire duri e allineati a tutti i costi. E’ come se si fosse sciolto qualcosa dentro i loro cuori: i pochi rimasti, forse “riscaldati” e confortati da un clima più intimo, non hanno retto a quel “si” non detto e hanno riportato alla memoria e alla coscienza il bene che pure sono in grado di fare e la compassione in cui sono capaci di navigare. Un finale insospettabile, di pacata dolcezza, che ci ha sollevati dai nostri limiti e dalle nostre miserie per qualche lunghissimo minuto.

P.S Mi toccherà “recuperare” Marco in settimana: verrò una seconda volta a incontrarlo individualmente, se lui lo vorrà, per dargli modo di esprimere quello che ha dentro e cercare di farlo ragionare sul come relazionarsi con personaggi ostici come Gigi.  E’ un buon allenamento per la vita, dove non possiamo scegliere gli interlocutori a nostro piacimento e spesso dobbiamo scendere a compromessi e dialogare con chi ci verrebbe naturale fare la guerra…

“E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due (Mt 5,41).

Si

Caro Francesco

questa innanzitutto vuole essere una lettera di ringraziamento, perché nessuno ti ha costretto a partecipare a questo gruppo, è stata una scelta libera, di quelle che qui dentro sono rare, se non impossibili. Un po’ egoisticamente voglio anche credere che la tua partecipazione, come del resto quella di tutti gli altri, sia stata un gesto di benevolenza nei miei confronti e di interesse per quello che il gruppo si proponeva di fare. Ti scrivo poi per esprimere le emozioni di nostalgia e di malinconia che sto vivendo in questo momento: nostalgia perché il bene vissuto lascia sempre un vuoto che dà la misura di quanta verità ci sia stata nelle nostre relazioni; malinconia perché sento come un peso il non poter fare nulla per migliorare la vostra condizione carceraria.

Anche la mia è stata una libera scelta, non sono venuto in mezzo a voi per svolgere un compito, un lavoro o un incarico, sono venuto per incontrare persone, esseri umani privati di un bene essenziale quale la libertà, ma ancor prima privati nella loro vita, per circostanze avverse, della possibilità di vivere onestamente; questa infatti è la sfida che ho accettato: cercare insieme consapevolezze nuove, conquistare visioni della vita diverse, cogliere la privazione come tempo opportuno per crescere.

La tua presenza mi ha aiutato in questa sfida, perché sei stato fedele e paziente, anche se i tuoi lunghi silenzi a volte mi hanno fatto dubitare della tua reale partecipazione. Ho capito che questa era la tua modalità di esserci, di riflettere sulle cose, di non essere scontato o superficiale nelle considerazioni; nel tempo ho imparato ad apprezzarla sempre di più perché ti sei messo in un atteggiamento che quasi nessuno riesce a sostenere, quello dell’ascolto. Il tuo carattere è tendenzialmente introverso, lo so, hai una timidezza discreta che confina col pudore, ma a me la tua presenza ha dato sempre una sensazione di completezza e di stabilità.

Conosco solo in parte le vicissitudini che ti hanno portato in carcere, ma sono certo che in fondo al tuo cuore c’è un nucleo di bontà intangibile, traspare dalla tua sincerità e si esplica nella tua semplicità, valori a cui annetto molta importanza. Tutto questo mi ha istintivamente portato a considerarti fin dai primi incontri una persona affidabile. Non è un caso che ho fatto scegliere a te i brani della Bibbia che sarebbero toccati in sorte a ciascuno di noi (ho intravisto in te la purezza che aveva san Francesco quando faceva lo stesso gesto).

Voglio quindi brevemente commentare il brano che è toccato a te, perché lunedì scorso non ho avuto modo di farlo. Sei l’unico a cui è toccato un brano del Vangelo (cioè della vita di Gesù) e precisamente del Vangelo di Luca. Si tratta del racconto della tempesta sul lago. Gesù va in barca con gli apostoli per attraversare il lago e vengono colti dalla tempesta quando sono al largo. Tutti vanno in panico e temono di annegare, solo Gesù dorme tranquillo. Gli apostoli lo svegliano e quasi lo rimproverano perché se ne sta lì tutto tranquillo mentre si sta consumando il loro naufragio. Gesù prima parla al vento e placa la tempesta, poi si rivolge a loro dicendo: “Dov’è la vostra fede?” come a dire: Ma con chi credete di avere a che fare? Com’è che ancora non vi fidate di me? Ovviamente gli apostoli rimangono stupiti e anche un po’ intimoriti nel vedere uno che comanda al vento e alle onde; si chiedono tra loro: “Chi è dunque costui?”.

E’ una domanda che tutti ci poniamo di fronte a qualcuno che credevamo di conoscere, che stavamo magari addomesticando ai nostri voleri/desideri o che stavamo cercando di assimilare nelle nostre categorie mentali. Poi un giorno questo qualcuno ci sorprende e magari fa cose straordinarie che mai ci saremmo aspettati. Rivolgo a te la domanda che si fanno gli apostoli: “Chi sei tu, Francesco? Saresti in grado di stupire tutti quelli che hanno un’idea preconcetta su di te? Saresti in grado di fare un bene straordinario anziché il male ordinario che tutti ti hanno sempre visto fare?

Il messaggio che ti perviene dal Vangelo in realtà è uno solo: Fidati! Fidati Francesco, tu hai la tempra e la pazienza di un vero marinaio che nella tempesta della vita non va mai in panico e fa tutto ciò che c’è da fare per salvarsi. Penso che tu sia una di quelle persone che se messe nelle condizioni giuste riesce a fare in maniera straordinaria le cose più ordinarie. La detenzione per te dovrebbe essere quella tempesta in cui sei incappato e che Qualcuno sta sedando per te, dandoti modo di riflettere e di capire così da non affondare più nelle acque infide del male.

Il cammino che abbiamo fatto nel gruppo assomiglia a una traversata in barca, ci siamo conosciuti come equipaggio e abbiamo saggiato le nostre forze; il messaggio che ho sempre cercato di darvi è stato quello della fiducia: fidati della tua coscienza, di tutto ciò che in te ti porta al bene, il benessere per te e i tuoi cari ti verrà dato in abbondanza al tempo opportuno. Nessuna ricchezza può valere la privazione per anni degli affetti, questo tu lo sai e non sbaglierai più rotta, ne sono certo.

La vita dei pescatori di allora, come la vita in questa difficile società, è dura e a volte si fa tanta fatica per nulla. La tentazione di prendere una scorciatoia è molto forte. Tu resisti. Fidati. Io credo in te e ti sono amico, Dio crede in te e come sua creatura non ti farà mancare quello che ti serve per vivere una vita degna. Tu fidati. Questo è quello che avrei voluto dirti lunedì a proposito del brano che ti è toccato, ma nel gruppo, come tu sai, si scatena sempre una competizione a chi deve prevalere e ciò acceca tutti. L’unico che non ha mai partecipato a questa competizione sei proprio tu e io te ne sono molto grato. La tua presenza mi ha dato forza, come se avessi nella mia barca un marinaio esperto e fidato che al momento opportuno è quello in cui tutti confidiamo. Io mi fido di te, tu fidati di Lui.

Grazie Francesco, ciao.

Simone

E che dovevo fare?

Torno a riflettere sulle caratteristiche che dovrebbe avere il volontario “ideale” emerse la volta scorsa. Le aspettative dei detenuti si dividono grossomodo in due categorie: cosa vogliono che il volontario faccia e cosa vogliono che il volontario sia, entrambi le categorie convergono però in un unico bisogno di fondo: desiderio di relazioni umane autentiche, appaganti, sincere, ri-costruttive, ri-generanti, ri-creative. Contrariamente a quanto si possa desumere dalla miriade di “domandine” che fanno per questioni di assistenza materiale, legale, funzionale/burocratica o relativa a fruizione di servizi e/o benefici dentro e fuori dal carcere (qui vige la paleo-burocratica formalità di far mettere loro per iscritto ogni minima richiesta) c’è di fatto una più profonda esigenza di rapporti umani caldi, veri ed edificanti. In verità se chi si accosta al detenuto per qualsiasi motivo o compito, riuscisse a rispondere nei modi a questa sottesa esigenza, la vita all’interno del carcere sarebbe molto più degna e vivibile, non solo, si creerebbero le condizioni per poter esperire un ri-orientamento delle loro esistenze.

L’obiezione che mi sento fare spesso è: “Ma hai scambiato il carcere per un albergo a cinque stelle e la pena per una vacanza premio?!”; il corollario sottinteso è: “Il carcere deve essere afflittivo se vuole essere un efficace deterrente rispetto alla recidiva di reato, altrimenti…”.

Altrimenti non rimane che l’opzione educativa, dico io, prevista peraltro nientedimeno che dalla Costituzione Italiana. La risposta all’obiezione di prima potrebbe essere: “Se la società vuole vincere deve saper convincere; deve dare modo alle persone di capire, di ravvedersi e di cambiare stile di vita”. Affliggere un essere umano per qualsiasi motivo lo si faccia otterrà solo produzione di rabbia, spirito di rivalsa e desiderio di vendetta. Magari, appena dopo l’esperienza detentiva, prevarrà la paura ed egli eviterà di delinquere per un certo tempo, ma passata la paura ricomincerà con maggiore astuzia e con mezzi più efficaci. Al contrario, una persona che come controparte trovasse persone “conformi” alle caratteristiche viste nel “volontario ideale”, avrebbe già gran parte di quello che gli serve per potersi ravvedere; le emozioni positive che proverebbe in questo caso gli sarebbero di conforto e di stimolo piuttosto che di corrosione interna. La rabbia è un’energia che al 90% verrà scaricata “contro” qualcuno o qualcosa, il rammarico è invece un’energia “per” qualcosa o qualcuno, in quanto porta a un ponderato riesame di coscienza sugli eventi accaduti e più probabilmente sfocerà in comportamenti positivi. Mi sento di poter affermare che questa è un’evidenza irriducibile.

Lo stile dei gruppi, sia sul tema della genitorialità, sia sul tema dell’uso responsabile della libertà, è stato sempre aderente a queste esigenze e nei volti delle persone ho sempre visto rinascere sentimenti di speranza. Mi piace immaginare che tutte le aspettative riposte nella figura del volontario corrispondano esattamente a ciò che è mancato loro nell’infanzia e nella vita relazionale fuori e prima del carcere. Quasi sempre prima del reato c’è un disagio irrisolto a cui le persone hanno risposto con dei comportamenti indotti e condizionati dal contesto in cui sono vissuti. Non sono vittime innocenti, beninteso, sono più che altro complici forzati di un sistema che non contempla alternative: nei gruppi è emerso costantemente un interrogativo assillante, espresso in forma retorica: “E che dovevo fare?”.

Che dovevi fare?

Nei tanti incontri individuali con loro non ho mai volutamente rispondere a questa domanda. Me ne sono sempre stato in silenzio guardandoli amorevolmente negli occhi, ben sapendo che a loro, in primis, non servono facili consigli, ma carezze sul cuore e stimoli alla coscienza. Solo dopo, a fiducia acquisita, li avrei fatti parlare a profusione di se stessi, dei loro vissuti, delle loro avventure esistenziali, certo che, vagliando attentamente i loro racconti, sarebbe prima o poi saltata fuori, fornita da loro stessi, la perla preziosa, la risposta alla domanda iniziale: “E che dovevo fare?”.

Il mio compito è stato ogni volta solo quello di coglierla al volo e fargliela vedere con calma: i loro occhi hanno sempre brillato mentre in silenzio osservavano la realtà da un nuovo punto di vista…, non venuto dall’esterno, ma da dentro la loro stessa vita, da dentro la propria storia. Quasi mai c’è stato bisogno di aggiungere altro, perché la novità di un pensiero nuovo lavora in automatico dentro le coscienze e prima o poi darà i suoi frutti.

Negli anni li ho persi tutti di vista, ma sono certo di una “magia” che amo immaginare irreversibile: ogni qual volta proferiranno, o anche solo penseranno, la fatidica frase-tampone, superficiale e deresponsabilizzante: “E che dovevo fare?” avranno un sussulto interiore, perché sarà scattata una nuova narrazione della realtà nella loro coscienza e sapranno intimamente che c’è una perla da cercare e una risposta nuova da trovare.

Si

22 Aprile

Oggi, un po’ a sorpresa, ci sono diverse assenze; mancano tra gli altri Alessandro e Vincenzo, due dei più assidui e motivati. Nessuno sa il perché. Inutile chiedere informazioni agli agenti di turno, loro non sanno mai niente… credo siano tenuti a non dare informazioni di alcun tipo a terzi, men che meno a noi volontari che siamo generalmente presenze poco gradite per la “pax” carceraria. Purtroppo è inevitabile che nel nostro servizio finiamo per sembrare “in combutta” con i detenuti, cioé di fatto schierati col “nemico”. A onor del vero debbo ammettere che la gamma dei personaggi che fanno volontariato in carcere è molto variegata e in taluni casi anche fin troppo eclettica, si va dall’anziana signora benestante piena di fronzoli, profumi, superficialità e avventatezza, al crociato solitario che, in cambio di generose forniture di vettovaglie e indumenti usati, si è ritagliato uno spazio personale in cui esplica nei confronti dei detenuti la sua “vocazione” di moralizzatore, un po’ cinico e giustizialista. Tutti agiscono in buona fede, beninteso, e con regolare permesso, ma in quanto ad affidabilità sono (siamo) minuziosamente scannerizzati e catalogati in seno allo squadrone delle guardie carcerarie, che sono poi i veri detentori del potere all’interno del penitenziario.

Una volta, in un convegno sul tema, un sociologo raccontò di un esperimento fatto da qualche parte negli Stati Uniti, che vedeva un campione di studenti universitari coinvolti nel vecchio gioco “guardie e ladri”: a un gruppo venne dato il compito di svolgere le funzioni di agenti di custodia, all’altro il compito di comportarsi come dei veri detenuti per un paio di settimane. Si trattava di persone comuni, senza particolari pregiudizi o condizionamenti, dotati di normale sensibilità e buon senso. Ebbene, pare che quelli che assunsero il compito di “guardie” ci misero pochissimo tempo a diventare degli aguzzini, vendicativi e repressivi, mentre quelli che interpretavano il ruolo di “detenuti” si incattivirono al punto di essere disposti a commettere dei reati pur di togliersi da quella situazione. Morale: l’ingrato ruolo di custodire delle persone in gabbia modifica tendenzialmente in peggio l’equilibrio psico-comportamentale delle persone, in drammatica analogia con chi, dall’altra parte, è costretto a vivere deprivato del bene essenziale della libertà. Detto questo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e chi per lavoro deve fare questo mestiere ingrato ha tutta la mia comprensione.  Tra gli agenti di custodia ci sono sia dei frustrati (per non dir peggio) che godono delle sofferenze altrui, convinti che il loro atteggiamento vessatorio faccia parte a pieno titolo della pena inflitta dal giudice, sia dei veri missionari di umanità, persone sensibili e disponibili che hanno veramente a cuore il benessere e il ravvedimento dei loro “custoditi”; persone, quest’ultime, peraltro benvolute e rispettate anche dai più incalliti delinquenti, perché capaci di parlare il comune linguaggio della solidarietà umana.

Ma torniamo al gruppo, oggi siamo in pochi e perciò, come sempre accade, si lavora meglio. Stavolta chiedo al gruppo la collaborazione fattiva per un impegno che avrò l’indomani, sempre in tema di vita carceraria: dovrò portare una testimonianza nell’ambito di un corso per volontari che si tiene presso un’altra struttura carceraria. L’idea mi frullava in mente da un po’ di tempo e pare che oggi sia arrivato il momento. Si tratta di avere un feed-back a caldo da parte loro su come ci percepiscono, ovvero, più schematicamente, circa le caratteristiche che dovrebbe avere il volontario “ideale”. Dopo un farraginoso dibattito viene fuori una serie di caratteristiche più o meno condivise da tutti.

Il volontario che opera in carcere dovrebbe essere (l’ordine di elencazione è casuale):

1. capace di fare da tramite per comunicazioni e informazioni, dovrebbe tenere i contatti (leciti) col mondo esterno;

2. una persona che ascolti, sia accogliente, disponibile e che aiuti a esprimere quello che i detenuti hanno dentro;

3. una persona che non giudichi e non critichi, capace di andare oltre le barriere pregiudiziali;

4. un interlocutore che faccia sentire i detenuti vivi, attivi, protagonisti, umani, che spezzi l’asfissia del loro seppellimento virtuale;

5. una persona di cui ci si possa fidare;

6. un compagno amichevole che aiuti i detenuti a riflettere, a capire meglio, a migliorarsi;

7. una persona capace di comunicare in modo semplice, che usi una terminologia precisa, chiara, accessibile a tutti

8. qualcuno che abbia modi e comportamenti facilitanti, che sia flessibile, umile, adattabile, duttile;

9. una persona che sappia mediare i conflitti;

10. una persona che assecondi il volere dei detenuti e non imponga altre regole e fardelli;

11. uno che sia possibilmente un ex detenuto in quanto può capire di più la condizione carceraria;

12. una persona che mi dia delle opportunità.

L’elenco è stato da me sintetizzato ed esposto un po’ meglio rispetto alla discussione vera e propria, perché le loro espressioni non sempre sono state chiare o “civili”. Nel complesso è venuto fuori un buon lavoro, dove ciascuno ha potuto vedere i propri bisogni proiettati sulla figura idealizzata del volontario perfetto.

Dopo questa carrellata di caratteristiche siamo finiti sul tema della droga perché Carlo e Marco hanno chiesto la “camera di consiglio” per ottenere l’assegnazione ad una comunità come pena alternativa. Da qui è partito un altro giro di pareri su come si possa uscire dalla droga e quale metodo sia più opportuno per “guarire”. Francesco dice che l’unico sistema è proprio il carcere perché impedisce fisicamente e per lungo di drogarsi, ma non è sempre così perché qualcun altro insinua che anche in carcere ci si può procurare la droga. Inutili le obiezioni di chi c’è passato, come Carlo: lui dopo un lungo periodo d’astinenza dovuto alla detenzione, la prima cosa che ha fatto una volta fuori è stato tornare a drogarsi, “Perché la droga è più forte di te!”, dice perentoriamente. A sua volta indica come rimedio una comunità terapeutica seria che abbia una forte disciplina e lavori sulla psiche delle persone; cosa che lui ha fatto e si sente abbastanza affrancato, ma comunque sempre a rischio (lascia intendere che in realtà dalla droga non si guarisce mai del tutto). Enzo avanza l’idea che solo la rete familiare, un po’ con l’affetto, un po’ inducendo nel drogato dei forti sensi di colpa, possa ottenere dei risultati, ma qui i più sono scettici. Vincenzo racconta il caso di un suo parente a cui ha applicato una tecnica brutale di umiliazione estrema: legato alla catena per giorni con getto di escrementi addosso per rendere repellente a se stesso la condizione di drogato (sic!). La scena evocata non turba più di tanto gli altri, evidentemente sono avvezzi a scenari di questo tipo ma, anche se Vincenzo afferma che la cosa ha funzionato, rigettano questo metodo perché, ancorché efficace, è certamente traumatico e rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Marco propende per il cammino terapeutico in comunità e afferma che comunque, dopo, occorre un drastico cambiamento del contesto di vita, per evitare l’innesco di ricadute. La discussione si fa molto accesa e si perde la comunicazione di gruppo per via dei tanti capannelli che si formano, affiora anche un po’ di stanchezza per cui terminiamo a questo punto. Finiamo un po’ “spompati”, ma è una di quelle spossatezze di abbondanza e non di stenti, questo vuol dire che c’è stata vita vissuta, emozioni, nuove consapevolezze, persino tratti di entusiasmo ed eccitazione…, non male per dei “seppelliti vivi” come spesso loro si considerano. A me toccherà riflettere meglio sul volontario “ideale” che hanno tratteggiato oggi, per cogliere meglio i loro bisogni.

Punire non basta, non basta mai. La maggioranza di loro sono dentro perché hanno dato una risposta “sbagliata” a un bisogno “giusto”… solo se ne prendono coscienza possono spezzare il circolo vizioso comportamentale che è la loro vera prigione.

Simone

Caro Marco

…ho preso la decisione di scriverti una lettera mentre andavo via, la volta scorsa, quando già ero in fondo al corridoio. Girandomi vi ho visti che imboccavate le scale verso le vostre celle. Davanti a me veniva aperta una grata, dietro a voi ne veniva chiusa un’altra. In quel momento ho provato la solita stretta al cuore, ma stavolta anche una punta acuta di nostalgia mista a compassione (intesa nel senso di “patire-con”) che mi ha dato la misura di quanto io stia vivendo profondità questa esperienza di gruppo con voi. Dialogare con voi, con te in particolare, ha il merito di penetrare quel paio di strati protettivi con cui anch’io mi muovo nel mondo per difendermi dalla sofferenza. Talune parole dette nel gruppo mi hanno ammorbidito, reso docile, sensibile più del solito, direi quasi pronto al pianto. Quando riusciamo a creare quel clima di accoglienza reciproca, senza giudizi e pregiudizi, riusciamo a superare tutta una serie di condizionamenti andando a pescare dentro di noi un nucleo di preziosa positività.

Averti avuto nel gruppo per me è stata una fortuna e un privilegio. Una fortuna perché raramente sei rimasto alla superficie delle cose e quasi sempre hai dato spessore agli argomenti e alle riflessioni, aiutando tutti a fare un saltino di qualità nella ricerca di senso in cui tutti siamo impegnati, voi in detenzione più di altri. Un privilegio perché mi sei stato di fronte con lealtà e hai messo il dito dove andava messo non indulgendo in compiacimenti. Ritengo che tu sia una persona vera, una persona in cui riporre fiducia, della quale ci si possa pregiare di avere l’amicizia. Per noi che veniamo a fare la parte dei “buoni samaritani” in un luogo di afflizione è facile ottenere plauso e benevolenza; in varia misura ce ne nutriamo pure. Per me, nel gruppo, non è stato sempre così, a volte sono stato messo in difficoltà e ho dovuto mettermi interiormente in discussione per confrontarmi con voi. Ebbene, debbo dire che tu sei stato un interlocutore forte e coraggioso, una controparte dalla quale non ti aspetti trucchi o colpi bassi, un antagonista (quando siamo stati in disaccordo) che non è andato in balia dell’avversione, ma ha rispettato l’altro anche quando ne veniva infastidito. Questo vuol dire che con te si può costruire ali solide ed efficaci, per riprendere una tua metafora, e provare a fare un volo sicuro verso una meta certa.

Dopo un anno di frequentazione settimanale (33 sono state le tue presenze) posso dire di sentirti a mia volta sinceramente amico. L’umanità che abbiamo profuso nelle relazioni del gruppo, ognuno a suo modo, ha reso “calda” l’esperienza e sono certo anche feconda… come e quanto dipende da mille variabili, ma noi abbiamo dato il nostro contributo.

Riapro la Bibbia dove sta inserito il segnalibro col tuo nome, in corrispondenza del brano che ti è toccato in sorte…  cap.47 del libro di Ezechiele: “Visione di un risanamento” dice il titolo… ti riguarda? Penso di sì, penso che tutti siamo in un continuo risanamento, per te forse è un passaggio necessario. Leggo ancora… c’è tutta una descrizione di acque che escono dal tempio e vanno a risanare come corrente benefica nientedimeno che il mare: “…E ogni animale che nuota, dovunque arriva quel torrente, vivrà e ci sarà pesce molto abbondante appunto perché vi giungono quelle acque e risanano, cosicché avrà vita tutto ciò a cui arriva il torrente”. Mi chiedo quale sia per te, Marco, il “torrente che risana”, quale sia la tua possibilità di rigenerare il bene in te e il benessere nelle tue relazioni, a cominciare dalle persone più care. Io non ho una risposta per te e se anche ce l’avessi non te la direi. L’unica risposta valida viene da te perché è in te; io ti ho solo accompagnato in una ricerca possibile. Vorrei poter fare molto di più riguardo al passaggio delicato e decisivo del reinserimento nella società dopo la detenzione, ma non sono in condizione di farlo, non ho mezzi e non ho reti di riferimento, ma quello che posso fare nell’ambito dell’Associazione lo farò. In ogni caso avremo ancora modo di parlarne. Tu confida solo su te stesso (la tua forza e i tuoi valori), sulle tue ali (le relazioni affettive), sul torrente che risana (Dio) e vedrai che non ci saranno ostacoli insormontabili.

Ti sono amico e ti voglio bene. Ciao.

Simone

Sulla fiducia

Quando entri in carcere la cosa più evidente che ti viene tolta è la libertà, la meno evidente è la fiducia, che è peraltro uno dei valori più volatili che ci siano nelle relazioni umane.

Divieni inaffidabile per definizione, malfidato per antonomasia. Perché? Perché da subito comincerai a pensare come evadere, come evitare la pena, come farla franca in qualche modo; per questo comincerai a mentire, a dissimulare, a ingannare, a prevaricare, a corrompere.

Chi ti ha in custodia ha tutti i motivi di diffidare di te, e lo fa, con un’adeguata dose di freddezza professionale che aumenta il suo punteggio ai fini pensionistici.

E’ l’eterna sfida tra guardie e ladri…, qualcuno sostiene che per essere delle buone guardie bisogna essere stati dei buoni ladri… e forse ha ragione. Personalmente penso l’esatto contrario, per essere dei buoni ladri bisogna essere stati almeno una volta onesti e leali e aver vissuto lo scorno di essere stati sorpassati e surclassati dai tutti furbetti di questo mondo, così da non cadere più in tentazione (di essere onesti).

Io lo chiamo il “ravvedimento deleterio”, quello che fa sì che tu perseveri nel male e dimentichi facilmente che esiste la possibilità concreta di poterti redimere e affrancare da esso.

Tutto questo bel prologo per dire quanta fatica costa far nascere, quanto impegno costa coltivare e veder crescere la fiducia all’interno di un gruppo di auto-aiuto tra detenuti.

Tra corpi reclusi e desideri frustrati, tra opinioni morbosamente divergenti e idee tenacemente contrastanti, tra pensieri voraci e gesti arroganti, tra sete di sangue e fame di giustizia, è stato arduo custodire il tenero germoglio della fiducia tra i lupi in cattività.

C’è voluta la sincerità ritrovata di chi è avvezzo a mentire, la lealtà riabilitata di chi è avvezzo a tradire, il rispetto che hanno serbato i vandali, la premura dimenticata dei cinici e la tenerezza rinata nei sadici per far sì che nel gruppo non si spegnesse la sacra fiammella della fiducia.

Di mio ci ho messo un po’ di timido coraggio e tutta intera la trasparenza della mia autenticità.

La cosa ha funzionato nell’intimo delle persone ancor prima che nei comportamenti esteriori, ma alla fine il bene ha prevalso, c’è stato perfino qualcuno che ha provato l’ebbrezza inusitata di mettersi nei panni dell’altro, sperimentando come l’empatia guarisca dalla miopia e quanta bellezza ci sia oltre i confini del proprio ego reietto e diffidato.

L’Amore assume mille forme, quello della fiducia è il più delicato e fragile, ma anche il più bello e accattivante.

Si

11 Febbraio

Non sai mai se il gruppo si terrà, in che condizioni arriveranno i detenuti, di che umore sarà il comandante di turno del reparto, che eventi comprometteranno il nostro lavoro. Qui si è precari, c’è sempre qualcuno che può decidere della tua sorte per un nonnulla. Senza libertà è dura, senza dignità è impossibile, ma qualcuno ci prova lo stesso a togliertela, che tu sia un volontario, un parente, o un detenuto poco importa. Se fuori hai anche potuto vivere da pecora, qui non te lo puoi permettere, sei istigato costantemente a divenire un lupo e spesso finisci per riuscirci, divieni “pericoloso” cioé. Questo il primo tema che affrontiamo oggi nel gruppo.

Marco arriva con una sentenza di rigetto del giudice che non gli concede dei benefici, sia per il titolo del suo reato, sia perché è ritenuto socialmente pericoloso. Nasce subito una “querelle” perché lui la ritiene un’ingiustizia e si scaglia quindi contro i giudici, le leggi, le istituzioni, lo stato, la comunità europea, l’onu, il consiglio intergalattico e chissà cos’altro. Provo a farlo ragionare un attimo, ma lo sfogo appare necessario e inevitabile. Alle rimostrazioni di Marco si aggiunge anche Hassan che ha un problema pressoché identico. In breve diventa un coro unanime di protesta (il quotidiano canale di sfogo della rabbia repressa che deve trovare un pretesto per essere smaltita). Tutti accampano diritti e contestano il modello di giustizia vigente, ritenendolo fasullo e inadeguato. Il mio compito di colpo diventa arduo e abbastanza ingrato, perché nel tentativo di farli riflettere e ragionare meglio sul tema, scivolo pericolosamente nello schierarmi dalla parte delle istituzioni., rischio enorme perché c’è in gioco la poca fiducia che nei mesi sono riuscito a guadagnarmi presso di loro.

Per togliermi d’impaccio e non finire io stesso bersaglio delle loro invettive, decido per un esercizio d’immaginazione: mi pongo come uomo della strada che non conosce la realtà del carcere e li invito a “giocare” con me. Da buon cittadino, per cominciare, più che credere alle affermazioni ingenuamente discolpanti di ciascuno di loro, dichiaro di fidarmi e affidarmi al servizio della giustizia e al suo personale che, in quanto contribuente, partecipo a tenere in piedi e a cui delego il compito della sicurezza sociale. Chiedo quindi a Marco di immaginare di trovarsi di fronte a questo ipotetico cittadino (da me interpretato) e di doverlo convincere della propria non-pericolosità. All’inizio lui non entra nel ruolo e accampa i soliti proclami di innocenza e di svalutazione dei giudici, poi, pian piano, riesco a fargli prendere contatto con se stesso e quindi comincia a perorare la sua causa. Dice che lui non è pericoloso perché si è reso consapevole del reato commesso, del male fatto, del malessere vissuto, della pena provata nello scontare la condanna inflittagli e di tutto il lavoro di ricostruzione di se stesso che ha provato a fare pur nelle difficili condizioni della detenzione. Dice che è padre, che ha una coscienza, che è divenuto responsabile delle sue azioni, che sa scegliere tra bene e male, che qualcuno si deve pur fidare di lui e dargli la possibilità di di dimostrarlo. Lo guardo con un misto di com-passione e tenerezza, leggo nei suoi occhi e nei suoi gesti una profonda sincerità e gli dico che in buona parte mi ha convinto della sua non-pericolosità. Indirettamente gli sto dicendo che riconosco il suo faticoso cammino di crescita e sono disposto a restituirgli dignità di uomo libero e responsabile.

Il gruppo è attento, sta accadendo una di quelle sintesi di consapevolezza che ogni tanto, come un flash, illuminano le menti e le coscienze di tutti i partecipanti.

Tocca ad Hassan, anche lui prova a esperire il luogo comune che tutti sono ingiusti con lui e che sostanzialmente andrebbe perdonato sulla fiducia in quanto proclama che non ricadrà più nel delinquere. Un po’ ingenua la sua posizione, nei panni del cittadino comune glielo faccio notare e gli dico che questo non basta a convincermi. Incalzato amichevolmente, dopo un po’, contatta anche lui qualcosa di se stesso e dice a bassa voce che non rifarebbe quello che ha fatto, perché ha dato un enorme dolore alla madre e questo lo ha fatto sentire un verme; in più ha privato la sua famiglia, in particolare la figlia piccola, della sua presenza e di tutto l’amore che vorrebbe riversare su di lei come padre. Anche lui mi ha toccato il cuore e in coscienza non lo riterrei pericoloso se dipendesse da me. Entrambi hanno fatto vedere, assieme a uno spaccato dei loro sentimenti, una coscienza, un’intima umanità, delle relazioni affettive e dei patimenti interiori come tutti. Penso tra me e me che se questi germi di ravvedimento e di coscientizzazione venissero amorevolmente coltivati, queste persone uscirebbero dal carcere molto migliori di come ci sono entrate e darebbero il loro contributo positivo al progresso sociale. Invece…

Oggi sono molto contento di come si sono messe le cose, essere in pochi ci consente di dialogare meglio e di più. Anche Vincenzo perora la sua causa dicendo che, nel suo caso, 40 anni di vita onesta non sono valsi a nulla e nulla hanno contato agli occhi del giudice che gli ha inflitto una pena esemplare (leggi eccessiva) per il reato da lui commesso. Gli interventi si accavallano, c’è tanto da dire, ma pian piano siamo passati a considerare il concetto di libertà. Dall’iniziale euforia che ce la faceva definire con un secco e irriducibile “Libertà è fare tutto quello che voglio!” siamo approdati a “Libertà è fare tutto quello che posso”, cioè che mi è lecito. Ma questo passaggio è rimasto alquanto teorico perché non abbiamo elaborato i passaggi intermedi e nella mente di tutti predomina ancora la prima affermazione. Nel suo argomentare Vincenzo esprime a un certo punto un concetto abbastanza significativo che io riformulo così: lui si è adattato abbastanza bene alla vita detentiva perché è riuscito a preservare uno spazio di libertà che, sebbene molto più piccolo di quello che aveva fuori, è della stessa qualità; come dire, se fuori aveva un cerchio di libertà di 100km, dentro ha un cerchio di libertà di 100mt., volendo considerare anche le passeggiate dell’ora d’aria, ma la qualità che vive in entrambi gli spazi non è sostanzialmente cambiata. E’ qualcosa che io sento profondamente vera e quindi la rimarco con forza, perché mi sembra uno stadio di consapevolezza abbastanza alto e fecondo. A più riprese avevo espresso questo concetto cercando di far capire loro che, seppur ristretta, la vita è sempre vita e va vissuta in pienezza; adesso che lo dice uno di loro è come se ne stessimo vedendo la controprova.

Il tema della libertà ci porta inevitabilmente a constatare che questa finisce dove comincia quella degli altri, anche se sul tema della responsabilità i più tendono ostinatamente a glissare. Quando però dico che da questo concetto di limite della libertà nascono le leggi delle nazioni, Marco ha un sussulto di contestazione, a lui non va giù la parola “legge”, si ribella provando a smontare tutta l’impalcatura che faticosamente sto costruendo. Lui è uno di quelli che nel vuoto di valori in cui sono cresciuti hanno fatto delle proprie opinioni degli assoluti universali, un “vangelo secondo me” a cui si aggrappano come fosse l’unica certezza in mezzo al caos.

Per fargli prendere consapevolezza improvvisoo un altro gioco-esercizio: mi alzo e metto una sedia in posizione corretta davanti a lui ipotizzando, per esempio, che in Italia la legge dice che le sedie vanno disposte così, lui è d’accordo o no? Per tutta risposta capovolge la sedia e dice che secondo lui la sedia è giusto che stia capovolta. Siamo allo scontro di opinioni, è una sfida da cui non ne veniamo fuori, inutile impostare il discorso sulla forza di uno Stato contro la forza di un singolo, non è convincente. Gli faccio allora un altro esempio, personalizzando all’estremo la questione: “Allora, poniamo che casa tua sia lo Stato e tu il popolo che stabilisce le sue leggi… a casa tua non regna il caos, ci sono norme da rispettare immagino… se per esempio io entrassi a casa tua e prendessi a sberle tua figlia che succederebbe?” “Succede che ti tiro il collo”, fa lui… “Questa è la sanzione! Evidentemente ho violato una “legge” vigente a casa tua e tu hai immediatamente emesso la sentenza, stabilito la condanna e dato esecuzione alla pena quasi all’unisono… C’è una legge a casa tua, Marco, e tu fai tutto quello che serve affinché essa sia rispettata… perché la legge preserva un valore imprescindibile, ecco cos’è la legge e a cosa serve… ne sei convinto?” Marco non dice nulla, ha perso per un attimo il riferimento delle sue sclerotipate opinioni e sta cercando inutilmente di controbattere. “A casa tua c’è giustizia, Marco”, insisto delicatamente io.

Ho parlato quasi senza riprender fiato, poi mi fermo, lascio che nel gruppo si instauri un fecondo silenzio. Dopo un po’, mentre Marco rimane meditabondo, faccio un gesto decisivo: anziché cantare vittoria, mi avvicino a lui e prendendogli con affetto il braccio gli dico convinto: “Ci sei Marco, ci sei! Hai colto l’essenza…, la “legge” ce l’hai dentro, è un concetto naturale, puoi cessare di combatterlo”. Marco non pensa più alla sconfitta dialettica e s’impossessa in pieno di una consapevolezza a cui non riusciva ad arrivare finché era nella contrapposizione delle opinioni.

Anche oggi il tempo è volato, il gruppo ha funzionato bene stavolta ed è stato uno straordinario spazio di crescita reciproca. Un incontro di poche persone dietro le sbarre che però a me è sembrato una vittoria dell’umanità.

Si

Caro Alessandro

…visto che hai puntigliosamente sabotato l’esercizio francescano di aprire la Bibbia a caso e lasciarti interrogare da un brano a caso, lo faccio io per te e te ne scrivo l’esito.

Siamo al cap.19 del libro dell’Esodo, proprio quando il popolo eletto arriva al monte Sinai e Mosè è chiamato da Dio che vuole stabilire un’alleanza col popolo d’Israele attraverso di lui. E’ uno dei passaggi più importanti dell’intera Bibbia, quando Dio incide sulla pietra (sui cuori e nella storia) quelle dieci parole che ancora oggi tracciano il sentiero di una retta coscienza e di un corretto agire. “Vi ho portato su ali d’aquila e vi ho condotto a me”, questo il versetto su cui si è posato il mio dito. Mentre scrivo ripercorro un po’ quest’anno con voi e con te in particolare, visto che sei stato tra i più presenti in assoluto.

Vedo una persona molto arrabbiata e irrequieta, un cercatore frenetico di verità, un ragazzo che spesso si maschera di pessimismo per setacciare la realtà, ma è la gioia che sta cercando. A uno sguardo attento non sfugge che sotto la superficie sei una persona solare e positiva, dotata di humor, pronta a sdrammatizzare, a scherzare, a vedere il lato positivo e divertente delle cose. Il tuo pessimismo è una finzione, un ruolo che reciti bene, una nota scaramantica perché la felicità ti fa un po’ paura e la esorcizzi così. Con te sono stato bene e la tua presenza nel gruppo mi ha messo sempre di buon umore. Di contro quando ti incaponisci in un atteggiamento o in un’idea divieni irraggiungibile. Eppure hai una straordinaria sensibilità e un acume ben sviluppati. Io non so bene quali siano state le cause che ti hanno portato alla droga e a commettere qualche reato. Di certo devi aver incontrato degli ostacoli, qualcosa o qualcuno ti deve aver ferito e la tua strada si è un po’ persa in labirinti illusori. Sono sicuro che non ti manca nulla per ritrovarla, ma hai bisogno di calma e di certezze.

Nel brano, il Signore dice che ti porta su ali d’aquila e ti conduce a Sé. Ti chiede di ascoltare la Sua voce perché vuole stabilire un’alleanza con te. Tu dove sei? Riesci a metterti in una disposizione d’ascolto? A volte penso che la tua irrequietezza non ti lasci tregua ed è come se tu fossi condannato a correre sempre e non fermarti mai. Non so nemmeno a che punto sei nell’affrancamento dalla dipendenza da sostanze e perciò non ho idea di cosa ti possa essere più utile in questo momento. Io ti ho dato e ti dò la mia vicinanza e la mia amicizia, molto di più non posso fare. Comunque mi adopererò in seno all’Associazione affinché per te si possano trovare strade percorribili. Ma tu non distogliere lo sguardo da te stesso e dalle tue qualità positive; in te c’è tanta vitalità e voglia di vivere che non puoi più permetterti di disperdere dietro ai demoni di una rabbia atavica.

E’ tempo di pace per te, è tempo di accettare l’alleanza che il Signore ti offre e cominciare a lasciare ciò che ti nuoce. Un giorno si compirà il tuo esodo, uscirai dall’Egitto e dalla schiavitù (la detenzione), arriverai ai piedi di un luogo santo e vi rimarrai fino a che non ti sarai santificato (penso che per te possa essere la guarigione definitiva dalla dipendenza) e da lì la prossima tappa sarà la terra promessa (un rapporto sentimentale vero).

Nel nostro cammino di gruppo ti ho sentito crescere forse come nessun altro e sono sicuro che la tua pianta darà un giorno frutti copiosi e nutrienti. Io ho fatto la mia piccola parte nel camminare un po’ al tuo fianco, provando a farti vedere le cose da una prospettiva diversa. Il confronto con te mi ha arricchito a mia volta e, anche se tu non te ne sei accorto, mi hai sostenuto e mi hai permesso di attraversare momenti critici nei quali avrei avuto voglia di mollare il gruppo. Ripeto, la tua presenza porta una positività di fondo nelle relazioni, questo vuol dire che in qualche misura le “santifichi”, le rendi più agili, leggere, pronte a spiccare il volo. C’è una grandezza in te, ci devi solo credere.

Io non ho alcun motivo per illuderti o per prenderti in giro, mi fido del mio sesto senso, tutto qui. Sono contento di averti conosciuto e ti sono amico. Quando sono andato via lunedì scorso avevo una stretta al cuore… questo vuol dire che vi ho voluto bene veramente.

A presto Alessandro, ciao.

Simone

Se… mai.

Rilettura della poesia “Se” Di Kipling sulla base delle considerazioni scritte datemi privatamente da Ciro, assente al precedente incontro del gruppo. La forma e le parole sono mie, il contenuto, autentico nell’essenza, è il suo.

Se non ti tiri indietro quando qualcuno ti accusa, anzi, lo aggredisci perché nessuno deve permettersi di dire qualcosa su di te o sulla tua famiglia.

Se hai le idee chiare su come prevaricare gli altri.

Se per te fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Se non ti stanchi di vivere nell’ombra del sospetto.

Se sei impaziente di arrivare sempre primo e per questo sei disposto a mentire, ingannare e truffare.

Se odii più di chi ti odia e ti vendichi con efficacia e rapidità.

Se non ti mostri eccessivamente buono da essere considerato un fesso o un debole.

Se riesci immaginare di possedere sempre più di quello che hai già.

Se tutto quello che desideri nella vita sei disposto a prendertelo con ogni mezzo.

Se riesci a pensare e ad agire più in fretta dei tuoi avversari.

Se riesci a imporre la tua legge quando vinci e a scamparla con astuzia quando perdi.

Se riesci a sopportare di essere tradito e avere la pazienza tenace per vendicarti al momento opportuno.

Se riesci a risollevarti ogni volta che qualcuno cerca di metterti i piedi in testa.

Se riesci a riciclare tutti i tuoi illeciti guadagni in attività pulite.

Se riesci a nascondere ai tuoi familiari le tue peggiori azioni per non farli preoccupare.

Se riesci a farti rispettare tanto quanto farti temere.

Se riesci ad avere più amici fidati che parenti infidi.

Se tutti contano qualcosa, ma nessuno vale più di te.

Se riesci a trasformare in denaro ogni tua azione.

Se ami il potere più che il godere.

Tua è la perdizione e tutto ciò che in essa può essere dissipato.

Finirai in carcere come ci sono finito io e il tempo sprecato nell’inedia ti sembrerà non passare mai.

Perderai il valore degli affetti e starai molto male, perché non ti perdonerai le privazioni che hai loro inflitto.

Sarai un perdente, figlio mio, e soprattutto perderai il bene più prezioso: la Libertà.

Ti pentirai, ma nessuno ti restituirà i giorni di vita che hai bruciato.

Quando uscirai di prigione sarai vecchio e fragile, ti assilleranno i rimorsi e sarai causa di vergogna per coloro a cui vuoi più bene.

Ti riprometterai di rigare dritto lungo una strada che hai reso troppo storta per arrivare in tempo alla felicità.

Cerca di essere per me che ti scrivo, quello che io non sono riuscito ad essere per mio padre che non mi ha mai nemmeno parlato.

Si

26 Novembre

Oggi l’atmosfera che si respira al reparto è molto brutta, tutti gli agenti sono attaccati ai telefoni e c’è agitazione. Malgrado ciò riesco a convocare qualcuno del gruppo, si presentano in cinque. La mia sensazione è che quando il clima si fa teso un velo d’insofferenza scende a coprire tutto e la gabbia si fa più stretta attorno ai reclusi, più asfissiante.

Oggi mancano tre dei più assidui, pazienza. Pasquale mi racconta che ha fatto un sogno dove è predominante la paura, c’è qualcosa che lo preoccupa evidentemente, ma non ci avventuriamo in spiegazioni o interpretazioni, annoto solo come per tanti la paura sia l’abito emotivo più indossato in assoluto… ce l’hanno quasi cucito sulla pelle ormai. Anche se le persone non lo mostrano o non se ne rendono conto, la condizione di cattività sembra andare a destabilizzarli proprio alle radici, lì dove poggia tutta la loro impalcatura esistenziale. L’effetto è una paurosità latente e una rabbiosità evidente.

Nell’ambito del tema che trattiamo quest’anno: “Genitori e figli”, oggi propongo la poesia “Se” di Kipling, che Alessandro e Marco conoscono bene, ma proprio Alessandro ha un gesto di stizza e critica la poesia in quanto secondo lui dice cose risapute, belle ma utopiche. Nel suo argomentare sembra accapigliarsi con se stesso, con i suoi ricordi, con reminiscenze probabilmente dolorose, con passaggi esistenziali dove magari ha provato a corrispondere alle aspettative genitoriali e non ce l’ha fatta finendo, come tanti, con lo scivolare sul terreno della tossicodipendenza.

Dopo il suo intervento faccio notare al gruppo il gesto sprezzante di Alessandro più che le parole della critica, sottolineando come spesso il gesto racconti molto di più del vero stato d’animo ed è a quest’ultimo che bisogna prestare attenzione. Il gruppo ne conviene, ma di attenzione ad Alessandro proprio non riesce a darne. Qui ognuno ha le sue gatte da pelare e le vere amicizie sono rare, ci sono mille alleanze trasversali e/o strategiche, ma nessuna schietta amicizia: si respira troppa diffidenza, troppi sospetti.

Ottenuta un po’ d’attenzione leggo la poesia, alla fine la inquadro brevemente come il vademecum che un padre dà al figlio affinché possa ritenersi un vero uomo nella vita. Torna il tema della genitorialità e il terreno sembra favorevole per approfondire dei contenuti. Assegno a ciascuno un verso della poesia, chiedendo di rifletterci sopra calandolo nella propria esperienza di vita e poi condividere col gruppo il proprio commento.

Comincia Pasquale con: “Se riuscirai a non perdere la testa mentre tutti intorno a te la perdono…”. Di primo acchito non trova un esempio calzante nella sua vita e di fatto emerge che lui perde la testa quando tutti la perdono, ma la frase lo colpisce ugualmente e ne fa memoria, perché più avanti nell’incontro la ricorderà riferendola proprio al mio comportamento in occasione di un momento “critico” nella conduzione del gruppo.

A Marco tocca il verso: “Se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano…”; ne approfitta per mostrare un ritratto agiografico di sé, della sua forza d’animo, della sua sicurezza, asserendo che questa qualità lui ce l’ha tutta. Inutile obiettare qualcosa…: nella scena del gruppo a volte si riproduce e si rivive il clima dei loro contesti reali, dove ci si deve affermare senza titubanza, anche forzando un po’ la mano. La sensazione del gruppo è che Marco si stia un po’ auto-caricaturando; probabilmente gli serve darsi forza e fiducia in questo particolare momento della sua vita.

A Vincenzo1 capita la frase: “Se riuscirai ad attendere senza stancarti dell’attesa…”. Lui immediatamente fa riferimento al carcere, ma non è un esempio calzante. lo stimolo meglio con qualche domanda e perveniamo all’ipotesi che la pazienza potrebbe essere figlia della speranza e con questa nel cuore si può affrontare la più difficile delle attese. Alessandro fa emergere il lato opposto, dicendo che molti di loro sono dei disperati, dei senza speranza, e tali rimarranno anche quando usciranno dal carcere a fine pena. Nel rispondergli provo a far passare l’idea che il tempo del carcere non è un tempo perso, ma è comunque tempo di vita, tempo personale che si può mettere a frutto; un tempo che si può rendere proficuo proprio al fine di coltivare la speranza. Questo concetto, non so bene perché, sfugge alla maggior parte dei detenuti che ho avuto modo di incontrare: la maggior parte del tempo lo passano a cercare di non pensare per non soffrire, la parte rimanente la impiegano a fare complessi calcoli sui benefici di cui potrebbero usufruire per uscire prima di galera. Come dar loro torto…, eppure così facendo perdono un’occasione preziosa per riflettere su se stessi e sul loro comportamento prima, durante e dopo il carcere. Il gruppo di auto-aiuto prova proprio a ovviare a questa “perdita di tempo”.

Ad Alessandro tocca il verso: “Se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie…”. Inizia con un giro lunghissimo di considerazioni dove si contraddice più volte, glielo faccio notare discretamente, ma lui nega. Inutile entrare in polemica, debbo accettare questa sua modalità, perché sento che per lui in questo momento è più importante esprimersi che l’essere coerente. Sostanzialmente dice che se calunniato risponderebbe con la calunnia punto e basta. Il gruppo acclama…, non si rende minimamente conto di essere scivolato in un disvalore. Li richiamo tutti al senso paterno e saggio della poesia che vuole invece trasmettere dei valori, a malincuore acconsentono e sembrano “rinsavire”. Per loro è automatico rispondere nella modalità “occhio per occhio dente per dente”. Cambiare prospettiva è quasi impossibile, ma io ci provo portando argomenti che ai loro occhi appaiono come una novità, seppur giudicata strana o perfino paradossale.

Cerco di far vedere la cosa dal punto di vista dell’ottenimento di un favorevole risultato ovvero del mero tornaconto personale; ma con Alessandro è dura, lui riesce ad attivare il lato-ombra del gruppo e quasi ne gode. La sua è una battaglia già persa in partenza, lo sa ed esagera, provoca, sfida… come se volesse arrivare rapidamente all’esito finale, alla fine del tempo, del suo tempo: ha iniziato a drogarsi nella vita proprio per questo senso di sconfitta e d’impossibilità, in carcere c’è finito conseguenzialmente e banalmente.

A Vincenzo2 tocca la frase forse più dura: “Se odiato non ti farai prendere dall’odio…”. Per tutti questa è pura fantascienza. Vengono sciorinati a profusione esempi calzanti e non calzanti riguardo a rispondere all’odio con la stessa moneta, ma io li porto sempre alle conclusioni drammatiche che innesca la violenza quando le si risponde con la violenza. Sembra fatica persa: riusciamo solo a intuire che esiste la legittima difesa e poco altro. Gli animi si sono accesi, ognuno sta pescando nel suo personale serbatoio della rabbia e non si riesce più ad argomentare. In un momento di stasi faccio passare l’idea che almeno si può instaurare un breve scambio interpersonale sul perché si è odiati prima di odiare a propria volta. Vincenzo2 dice che la moglie ha cominciato a odiarlo quando ha scoperto che lui l’aveva tradita, ma l’esempio non è proprio pertinente in quanto, in questo caso, la colpa è chiara e non ci sarebbe da odiare di rimando.

A questo punto veniamo interrotti. Ci viene chiesto di lasciare la stanza a un altro gruppo (tenuto da delle giovani e avvenenti universitarie dello sportello dei diritti che fanno anch’esse volontariato) malgrado la stessa sia espressamente destinata al “gruppo A.M.A” con tanto di cartello esposto. Con le guardie non si discute, dentro il carcere hanno un potere pressoché assoluto ed è bandita ogni discussione. Quindi ci spostiamo… tralascio qui i commenti sarcastici sulle guardie e piccanti sulle ragazze. Alcuni del gruppo mi fanno notare i modi bruschi e l’atteggiamento greve degli agenti che ci hanno fatti spostare, rimonta a vista d’occhio la rabbia atavica di sentirsi  sempre trattati come un gregge da spintonare di qua e di là, Ovviamente sottolineano il piccolo sopruso e il senso d’ingiustizia subiti, quasi unanimemente mi dicono: “Hai visto adesso come siamo trattati qui?!” Non posso dar loro del tutto torto e qualche tratto di fastidio si delinea anche sul mio volto. Sto entrando anch’io nel vortice dell’ira, ma qui mi viene in soccorso “miracolosamente” Pasquale che mi ricorda saggiamente il verso di Kipling: “Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono…” chiedendomi implicitamente di essere coerente con quanto vado narrando loro. Touché! Lo ringrazio e mi calmo d’incanto, mi viene chiaramente in mente il ruolo di esempio che fin dall’inizio il gruppo mi ha attribuito, ma che però non dà mai per scontato e non manca mai di verificare, a volte anche impietosamente.

Mi sono accorto, nel tempo, che questa verifica è pressoché costante in ogni incontro, ora velata ora esplicita, e mi costringe a una coerenza stringente, a un esame senza fine. Col tempo è diventata una sfida con me stesso: dare sempre ragione delle mie scelte, dei miei valori e dei miei argomenti in piena autenticità; grazie a questo sono cresciuto anch’io e comincio a essere veramente grato a queste persone che mi danno modo di essere migliore.

A questo punto tutti hanno commentato il loro verso, ma Marco, quasi leggendomi nel pensiero, mi assegna lui un verso della poesia dicendo che nel gruppo siamo tutti in gioco alla pari: “Se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù, o a passeggiare coi Re senza perdere modestia e autenticità…”. Ci rifletto sù brevemente poi dico che il verso mi richiamava fortemente alla dimensione dell’umiltà, che mi appartiene purtroppo solo in parte, e anche quanto sia difficile non montarsi la testa quando si ha successo o quando i potenti ti lusingano con soldi e favori. “E tu come fai a resistere?” mi chiede Marco provocatoriamente, aggiungendo: “Tutti abbiamo un prezzo, anche tu!”. Vero, ne convengo. Tutti siamo comprabili perché tutti abbiamo limiti e debolezze, ma c’è un modo per resistere ai potenti della terra, affidarsi a qualcuno ancora più potente, essere fedeli a qualcuno ancora più sù…, Marco intuisce a volo e dice: “Dio”. Faccio cenno di sì e specifico: “Gesù”. E’ Lui che mi ha comprato per primo e non sono più nel mercato del mondo da un pezzo. Marco annuisce, lui sulla fede si interroga da tempo e ultimamente non ha più difficoltà a definirsi credente.

Il tempo a disposizione scade, il gruppo finisce in bellezza. Nell’uscire Vincenzo2 mi dice privatamente di aver scritto finalmente una lettera alla figlia con la quale era in rotta da anni. Ne avevamo parlato in precedenza e oggi si è sentito pronto per farlo. Da padre era molto contento, io lo ero anche più di lui.

Si

Parlami comunque

Ho deciso di pubblicare una serie di post che riassumono e tratteggiano i miei anni di volontariato presso le patrie galere. Nomi, luoghi e date sono stati cambiati per proteggere la riservatezza delle persone coinvolte, mentre le immagini sono generiche sul tema. I contenuti, le emozioni e i vissuti sono invece autentici. L’immagine sopra fa idealmente da copertina di apertura, quella sotto da controcopertina finale.

Si